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I quaderni della riforma/Compositori
A colloquio con
GIANNI POSSIO
Nato a
Torino, si è diplomato al Conservatorio di Milano in composizione. Sue opere
sono state premiate in molteplici concorsi nazionali e internazionale ed
eseguite in importanti sedi concertistiche mondiali nonchè registrate e
trasmesse da varie emittenti nel mondo. E’ autore di musica da camera,
sinfonica, di balletti e di alcune opere liriche tutti rappresentati in
importanti teatri. E’ stato Presidente dello Studio Es Elettroacustica
Sperimentale di Milano, Presidente della Federazione Compositori Italiani, e per
diversi anni direttore artistico della Rugginenti Editore di Milano. Attualmente
è Direttore Editoriale della AB Editore di Milano. Ha insegnato nei Conservatori
di Piacenza, Alessandria e Torino. E’ docente di Composizione al Conservatorio
di Milano.
Sergio Lattes - A che cosa serve il corso di Composizione?
Gianni Possio - Dovrebbe servire a creare un professionista che sappia
esercitare contemporaneamente più professioni: la composizione nel senso di
invenzione musicale, la trascrizione, l’arrangiamento, e perché no la critica
musicale. Con una prevalenza dell’aspetto inventivo, anche se oggi la carriera
del compositore in senso classico non esiste più.
SL Esiste nel mondo del lavoro e delle professioni una “domanda” di
competenze compositive al di là di quelle rappresentate dal modello di fruizione
della sala da concerto o del teatro musicale? Quali, e come si dovrebbe farvi
fronte?
GP Oggi il Conservatorio non risponde a questa domanda. Come per gli
strumentisti il curricolo è orientato prevalentemente verso i modello del
concertista, così gli studenti di Composizione sono orientati quasi
esclusivamente verso la libera e personale composizione, e hanno poca
dimestichezza con tutto ciò che non è questo. E, subito dopo, ben pochi hanno
competenza al di fuori della musica colta. E neppure, in genere, se ne
interessano. Tante volte ho constatato che gli studenti sono in difficoltà, per
esempio, nel trascrivere: anche solo per pianoforte. Eppure l’unica tangibile
offerta di lavoro oggi è nella musica leggera, nella musica da film, in genere
in attività altre rispetto alla composizione classica, l’opera classica.
L’ambito professionale della musica colta è purtroppo agli sgoccioli. Anche la
possibilità di insegnare negli stessi Conservatori si restringe: ci vogliono
titoli artistici, cioè esecuzioni pubbliche, e il cane si morde la coda. D’altra
parte la creazione di figure professionali nuove, come quella del compositore di
musica per film (o per immagini) va fatta appunto attraverso la riforma dei
Conservatori: laddove si prevedono per esempio trascrizione e arrangiamento, che
sono cose che non abbiamo mai fatto. Mi sembra importante che il corso sia più
diversificato e più legato alle esigenze concrete del lavoro musicale.
Naturalmente ci sarà il problema di trovare docenti che abbiano le competenze
adeguate nei vari settori. Io stesso non so se sarei in grado di scrivere
musica, che so, per film: non l’ho mai fatto. Per la verità mi è capitato di
scrivere un jingle pubblicitario: mi è costato più fatica del diploma di
composizione. Far coincidere i miei tempi musicali con quelli richiesti è
stato molto difficile. Si trattava soltanto di passare da 9 a 11 secondi,
all’interno di un “clima” determinato (la musica doveva andar bene sia per il
target dei bambini sia per quello degli adulti, essere semplice ma non stupida,
ecc.) ed è stata una faticaccia: semplicemente non era il lavoro a cui ero stato
abituato. Quando me lo hanno chiesto per la seconda volta, ho detto no grazie, e
rinunciavo a un sacco di diritti...
Ma
per concludere sulla tua domanda, si può fare un discorso un poco più generale,
che riguarda il Conservatorio nel suo insieme e non solo la composizione. Penso
che il Conservatorio – ogni Conservatorio - debba entrare nella sfera pubblica
della vita quotidiana di una città, liberandosi da questa immagine ristretta e
un po’ polverosa di un posto dove si fanno delle cose che nessuno sa più bene
cosa siano. So per esperienza quanto è difficile far capire qual è il mio ambito
professionale, per esempio, in un contesto “normale” come il Rotary Club, che
frequento. Non è lo stesso, per fare un esempio, per la pittura: per quanto
stravagante, la figura del pittore è ancora riconosciuta. Conosco a Torino molte
persone che non sanno neppure dell’esistenza del Conservatorio. La prima cosa da
fare è dunque lavorare per la città, acquisire una visibilità esterna, in modo
che la città sappia che esiste, cosa fa, dove lo fa. La seconda è che il
Conservatorio si apra, cerchi di dare il più possibile di sbocchi professionali
a chi vuole fare la musica come professionista, in tutte le direzioni. Deve
reinventarsi, e per la verità in parte lo sta facendo.
SL Quale funzione e quale peso devono avere le tecniche “storiche” nella
formazione dello studente di Composizione? Qual è il loro ruolo quando la
tecnologia offre strumenti di manipolazione diretta della musica, che sembrano
perfino spostare il confine fra il professionista e il dilettante?
GP La differenza fra chi si è formato in Conservatorio e chi è
autodidatta o si serve solo dei programmi informatici, è evidente. La capacità
di costruire, la capacità della forma e della distribuzione, l’equilibrio. E la
capacità di strumentare, che il computer non ti restituisce: con l’informatica
puoi scrivere fortissimo a un flauto nelle note gravi, ma poi scopri che non si
sente.
Quanto alle tecniche storiche, credo in un equilibrio fra passato e presente. Il
passato non deve essere dimenticato né tantomeno annullato in nome del presente.
Ma penso che chi abbia una giusta dose di conoscenza di quello che è stato fatto
prima automaticamente è portato a cercare strade nuove, e sa che cosa è già
stato sperimentato. La consapevolezza del passato ci “copre le spalle”. Il
problema è che nel corso di composizione si studiano degli oggetti del passato
che non sono mai esistiti. Il “Basso imitato e fugato” storicamente non esiste,
non posso indicarne degli esempi storici ai miei studenti. Si tratta di forme
astratte, che servono più che altro come standard valutativi a chi deve
esaminare gli studenti. E’ un sistema troppo vecchio. Quando si parla di forme
storiche, bisogna ricostruire le forme storiche reali.
SL Questo mi conduce al caso particolare costituito dal corso
sperimentale di Composizione. La mia impressione è che non sia stato in realtà
una sperimentazione ma una nuova istituzione, visto che dura da decenni, e non è
stato posto il problema di abolire uno dei due corsi paralleli a conclusione
della sperimentazione. A quali esigenze ha risposto? E cosa succederà quando il
triennio, a regime, abolirà la distinzione fra corso tradizionale e corso
sperimentale?
GP Riparto da quanto dicevo prima. Il corso di Composizione è stato
sempre modellato in funzione della sola figura del “creatore”. Il corso
sperimentale nasce se non erro negli anni ’70, e nasce per aggiornare la
formazione del compositore in funzione di quella che era la nuova musica in
quegli anni. Nei primi anni al posto del basso si studia
il corale, che è una forma anche interessante. Ma secondo me non si riesce a
imparare l’armonia attraverso il corale. Perché è una forma molto astratta, e
per di più fa parte di una tradizione culturale luterana che non è la nostra, e
che noi non abbiamo. Altrettanto ambiguo è lo studio del contrappunto.
Storicamente vago nel corso tradizionale è per contro estremamente poco severo e
libero nel corso sperimentale con riferimenti, si storici ma troppo
indeterminati.
Nella cosiddetta libera composizione il rischio è identico in entrambi i corsi,
creare cioè dei piccoli modelli del maestro, dagli epigoni, una scuola di
maniera. Va quindi tutto ripensato e riorganizzato nella direzione
dell’offerta più varia possibile. Spero quindi che la riunificazione dei due
corsi avvenga prendendo un po’ dell’uno e un po’ dell’altro, e mi auguro, in
maniera non traumatica.
Dove vedo problemi sarà invece nell’accesso al triennio. Se smetteremo di fare
la formazione anteriore al triennio, e dovranno essere solo verificate le
competenze all’ingresso, si entra in un continente sconosciuto.
SL C’è una discussione in atto su questo. Come sai la legge 508 indica
che i Conservatori continuino a offrire la formazione ante “triennio (che la
legge chiama “di base”) fino alla organica riforma dell’istruzione musicale
nelle scuole medie inferiori e superiori. Molti ritengono che la prossima
partenza del liceo musicale con 40 licei non sia la riforma prevista dalla 508
ma solo una sperimentazione, e che ben altro dovrà essere il numero dei licei
musicali prima che i Conservatori possano abbandonare la formazione
ante-triennio. E pensano, di conseguenza, che si continuerà a offrire la
formazione ante-triennio per lungo tempo. Altri pensano invece che si tratterà
di una fase transitoria – il tempo che vada a regime il liceo musicale e che i
suoi studenti diplomati comincino ad affluire ai Conservatori. E altri infine
pensano che si debba modificare la 508 e che i licei musicali debbano coesistere
indefinitamente con la formazione “di base” offerta dai Conservatori come
sempre. Su questo argomento consiglio, su questo stesso sito, i recenti
interventi di
Emilio Ghezzi e di
Ciro Fiorentino.
Invece vorrei chiederti se pensi che il titolo di primo livello sarà spendibile
nel lavoro, e come.
GP Mi piacerebbe che lo fosse almeno il titolo di secondo livello....Per
cominciare, nel lavoro in certi ambiti nessuno ti chiederà mai un diploma. Se si
tratta di trascrivere o arrangiare una canzone, non c’è il discografico che ti
prende perché sei diplomato in composizione. Ti prende perché sei abile a fare
quel lavoro, o perché qualcuno di cui si fida gli ha detto che lo sai fare.
Anzi, chi arriva con il diploma in tasca può essere visto con sospetto, come un
estraneo, uno che fa “quella musica là”. C’è il dato reale che chi viene dal
Conservatorio spesso sa fare poco: ha una competenza teorica ma non sa
accompagnare, non sa improvvisare.
Quello che invece attendo con ansia è che il nuovo titolo si possa spendere
all’estero. In altri paesi della nostra vecchi Europa la professione del
compositore “d’arte” c’è ancora, c’è un grande interesse per la creazione
artistica. Penso alla Francia, alla Germania, all’Inghilterra. Ti faccio un
esempio vicino: fra la frontiera di Ventimiglia e Cannes ci sono quattro
orchestre sinfoniche stabili. Di conseguenza, la possibilità per un compositore
di avere delle commissioni è reale. E non solo dagli enti musicali, ma anche per
esempio dai municipi: conosco per esempio compositori francesi che hanno avuto
dalla loro città una commissione, magari per un pezzo di carattere didattico.
SL Questo riguarda i giovani che devono andare all’estero per trovare un
lavoro adeguato alla loro formazione, ed è un problema di tutto il paese
piuttosto che del nostro settore. Se però il Conservatorio attuasse
quell’allargamento del ventaglio di competenze di cui parlavi all’inizio, ci
sarebbero migliori possibilità di spendere il titolo in Italia.
GP Me lo auguro di cuore. Il nostro problema principale è di legare gli
studi alle reali possibilità di lavoro. Chiedere a dei giovani di fare un
percorso impegnativo come quello di composizione per poi essere dei disoccupati,
è assurdo. Un titolo così impegnativo dovrebbe essere direttamente collegato con
delle concrete possibilità professionali.
SL Che cosa l’istituzione può fare in qusto senso?
GP Da sola credo poco. Ma se diventa capace – come si parlava al
principio – di collegarsi con la realtà esterna, se la gente cominciasse a
conoscere il Conservatorio e la sua funzione rispetto al territorio,
probabilmente comincerà a guardare in maniera diversa gli studenti che ne
escono. Ma questo richiede che il Conservatorio cessi di presentarsi come
qualcosa di arcaico e si ponga nel rapporto con la città, la provincia e
quant’altri come un scuola moderna. Quale anche è, ma non lo si sa. L’autonomia
di cui i Conservatori ora godono, e le finalità anche produttive che la legge
gli attribuisce ora, potrebbero essere strumenti della trasformazione di cui
parlo.
I
nostri stessi ragazzi, non dimentichiamolo, non sono degli stravaganti chiusi in
un mondo a parte, sono dei ragazzi normali che si dedicano a questo studio
invece invece che a un altro, e per il resto vestono vivono e pensano come i
loro coetanei. Cioè sono dei ragazzi normalissimi che si occupano di questo
particolare campo che pochi conoscono, e questo vuol dire che potrebbero essi
stessi farlo conoscere. Del resto anche il compositore di oggi non è quello che
l’iconografia di maniera ci fa pensare di Beethoven o di Mozart, ma è un signore
che, oltre ad occuparsi di questo particolare campo, vive normalmente nella
modernità.
SL Mi sembra di capire che tu consideri tutto sommato valida la
definizione di “musica colta” per ciò di cui ci occupiamo. O di “musica con la
emme maiuscola”.
GP Più che una convinzione è un dato di fatto. E anche quando si fanno le
contaminazioni, la differenza permane. Quando si fa la Tosca di Lucio Dalla in
teatro, mi va benissimo e porta pubblico, ma non è un’opera, è un’altra cosa.
Questo non contraddice quanto dicevo prima, che il Conservatorio debba allargare
il proprio ventaglio di generi. Non sono gli altri che ce lo chiedono – la
musica leggera per esempio non ha nessun bisogno di noi – ma ce lo chiedono i
nostri studenti che hanno bisogno di veri sbocchi professionali. Nella musica
“colta” ce ne sono ben pochi. Almeno in Italia. In Italia la musica colta, e
parlo anche della classica, è ridotta a un museo. Siccome è Natale, si fanno non
so quante None di Beethoven e concerti di Natale. E il repertorio dei teatri
d’opera non è molto più mobile. Quando si fa un po’ di contemporanea, i
biglietti si regalano perché nessuno li comprerebbe.
Questa è la situazione reale. I Conservatori sono vissuti finora al seguito di
questo mondo. Che però ora è saturo e non assorbe più giovani. Allora bisogna
allargare il ventaglio delle competenze e degli sbocchi. Non vedo alternative.
Lo dobbiamo fare non certo per noi, che il nostro posto di lavoro lo abbiamo, ma
per i ragazzi cui insegniamo. Cosa faranno nella vita? Me lo domando tutte le
volte che chiudo uno di loro a chiave per le famose, maledette 36 ore del
diploma. In 21 anni che insegno ho diplomato moltissimi studenti, ma che
facciano il compositore ce ne sono due, forse tre. E gli altri? Oltretutto la
vita musicale italiana oggi è ancora più ristretta di venti o trent’anni fa.
(gennaio 2010) |