Come vedi il sistema
dopo un anno di direzione?
Per come è pensato, il
nostro sarebbe un modello interessante, e condivisibile a livello non solo
nazionale ma europeo. Ma non è uniforme sul territorio. Ci sono
disomogeneità, sul piano formativo ed educativo, che fanno sì che non si
proietti all’esterno un modello unitario. E non sto facendo il solito
discorso nord-sud. Ci sono eccellenze tanto a nord che a sud, ci sono
problematiche, anche gravi, a nord come a sud. In generale penso che
l’autonomia dovrebbe svolgersi in una cornice unitaria e condivisa.
L’altro problema è quello della precarietà
della gestione politica: la mancanza di continuità politica – e non parlo
di questo o quello schieramento - comporta discontinuità nel governo delle
istituzioni. Basti citare che stiamo aspettando da otto anni il secondo DPR,
il regolamento definitivo del funzionamento del sistema AFAM.
La discontinuità di governo riguarda tutti.
Invece si ha spesso la percezione di una particolare fragilità del nostro
comparto.
La debolezza specifica discende dal fatto che
il sistema non ha una struttura coerente. L’alta formazione non ha alimento,
manca “storicamente” una struttura di base solida che si raccordi con l’alta
formazione.
Ci sono un po’ dovunque i corsi
pre-accademici...
Sì, ma intanto sono gestiti singolarmente da
ogni Conservatorio e quindi anch’essi disomogenei. Certo, sono una garanzia
di lavoro per i docenti, e di una formazione competente per gli studenti,
vista l’esperienza storica dei docenti di Conservatorio. Però non sono
sufficientemente istituzionalizzati, e quindi uniformati e condivisi.
Al di là di questo, ciò che manca – e non
sembra che sia neppure all’orizzonte – è il curricolo sistematico scuola
media a indirizzo-liceo musicale-alta formazione. La logica della legge
508 presupponeva questo tipo di struttura del curricolo. I corsi di base dei
Conservatori, o pre-accademici che dir si voglia, sono solo una supplenza a
questa carenza di fondo dell’ordinamento, una fase transitoria. Anche se
sono fatti con grande accuratezza, facendo tesoro dell’esperienza dei
docenti, e anche laddove godono di ottima salute: per esempio, quest’anno a
Firenze abbiamo avuto un fortissimo incremento della domanda. Ma resta il
problema di fondo: questa “alimentazione” del sistema è del tutto
insufficiente all’alta formazione, che così rimane ristretta in numeri
esigui. E resta lontano l’obiettivo di fare dei Conservatori degli istituti
di sola alta formazione.
Dell’idea di una diffusione massiccia e
sistematica della musica nel curricolo scolastico italiano sento
favoleggiare da quando ero ragazzo. E’ certo un obiettivo epocale, ma oggi
mi sembra una meta alquanto utopistica. A parte questo, però, mi sembra
anche che la maggioranza dei docenti di Conservatorio sia poco propensa a
“cedere” ad altri docenti le fasi iniziali dello studio. Anche se questi
altri docenti non sarebbero poi che i loro stessi diplomati....
E’ il discorso della continuità didattica, la
consuetudine radicata a “crescerci” i nostri studenti; ed è difficile
rinunciarci. Ma in realtà già l’alta formazione ci impone di scomporre le
competenze in più discipline e perciò più docenti, e così il panorama
didattico sta cambiando profondamente.
In generale, noi non siamo abituati all’idea
di una formazione musicale che sia insieme diffusa e seria. In Toscana per
esempio la popolazione delle scuole musicali private raggiunge i 30.000, e
sono tanti, ma persiste la separazione fra educazione amatoriale ed
educazione formale. Nel resto d’Europa questa distinzione non c’è,
l’educazione generale è molto più vicina a quella formale. Cito per fare
qualche esempio la formazione corale fin dall’inizio, la formazione
strumentale, la formazione ritmica. Da noi è lasciata al singolo (o meglio
alla famiglia) la decisione di accedere all’educazione “formale”, cioè al
Conservatorio o ad altra scuola specialistica. Si fatica a comprendere una
educazione (musicale) generale ben fatta, con caratteristiche
pedagogicamente rigorose.
Nei fatti però, la continuità didattica
assoluta è molto rara, la maggior parte degli studenti per una ragione o per
l’altra cambia docente nel corso degli anni. Ma a parte questo, la
tradizione didattica conservatoriale sarebbe disponibile a un modello
pedagogico basato sulla diffusione territoriale delle scuole medie e dei
licei ad indirizzo musicale?
Personalmente ritengo che i docenti dovrebbero
essere formati e specializzati per settori. Un docente di strumento, o di
composizione, non può o non dovrebbe occuparsi di tutto il curricolo
verticale, dall’inizio alla fine del percorso. Il curricolo andrebbe
suddiviso per competenze. Il problema però è di averle, le competenze. Si
comincia a fare qualcosa in questa direzione nel Biennio didattico, ma per
il resto è difficile che un docente – e mi ci metto per prima – che ha
cominciato negli anni ’70 o ’80 ed è abituato alla continuità del curricolo
didattico, sia disponibile a un cambiamento così radicale della modalità
d’insegnamento. C’è un problema di formazione, di “riforma dei docenti”.
Questo discorso mi porta a una domanda che
pensavo di farti alla fine. Tutto il percorso della riforma iniziato nel
1999 ha riguardato essenzialmente l’”ingegneria curricolare” o anche il
concreto della didattica? Sono cambiate le etichette o c’è stato un
rinnovamento reale?
Ha riguardato le strutture. La forma è giusta,
ma è ancora una sagoma sulla carta. E’ un contenitore, che potrebbe essere
funzionale ma manca di un metodo di lavoro corrispondente e adeguato. O, in
altre parole, il contenitore è cambiato ma il contenuto stenta ad adattarsi
a questa nuova struttura. La didattica andrebbe indirizzata verso un nuovo
tipo di formazione, meno finalizzata ai programmi d’esame e più alla
formazione globale dello studente di musica. Una formazione che si
specializzi via via, lungo il percorso, piuttosto che essere per così dire
specializzata fin dall’inizio.
Sta qui, credo, la differenza di fondo: con il
vecchio modello la specializzazione è imposta fin dall’inizio, è spesso
prematura. Comunque manca di un supporto di carattere generale e culturale,
e conduce piuttosto verso una figura di artigiano che non di artista. Il
nuovo modello formativo, se fosse applicato coerentemente lungo il
curricolo, porterebbe a una formazione artistica, a una “mente artistica”
più larga, di maggior respiro, più capiente se vogliamo dir così.
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Così stando le cose, qual è oggi la “missione”
di un Conservatorio di musica?
E’ una domanda difficile, perché gli obiettivi
sono abbastanza confusi. Da una parte ci troviamo tuttora a formare
eccellenze musicali, e il nostro tipo di formazione ci sembra adeguato a
questa missione. Dall’altra ci troviamo a confrontarci con un tipo di
competenza più allargata ma meno accurata, con un abbassamento di obiettivi
e motivazioni – sia sul piano sociale che su quello culturale rispetto ai
modelli che avevamo venti o trent’anni fa. Come è avvenuto nella scuola
generale, anche in Conservatorio l’educazione è diventata meno selettiva. Il
che per alcuni aspetti è anche positivo, ma è problematico per la formazione
del musicista di professione.
Si tratta appunto di definire a cosa serve un
Conservatorio. A formare musicisti, a formare un pubblico competente, a
surrogare le carenze dell’educazione generale?
Lo scopo è di formare musicisti, e aggiungo di
musicisti che siano competitivi a livello internazionale: formare
professionalità alte. Il nostro insegnamento è intrinsecamente selettivo,
non si può far credere che chiunque possa farlo, non avrebbe senso. Dobbiamo
formare musicisti, e anche persone in grado di fare una divulgazione
competente. Dico competente: non si può essere storici della musica, per
fare un esempio, se non si conosce profondamente la musica. E’ evidente che
non tutti i nostri diplomati sono destinati alla carriera concertistica, ma
il livello degli studi che ha fatto in Conservatorio deve garantire
competenze che possono essere poi spese in vari modi.
E la formazione di quella figura, più
familiare in altre culture che non da noi, di un eccellente strumentista che
però di professione fa l’avvocato, o lo scienziato, o l’ingegnere e così
via?
Anche questa figura è importante, e cominciano
ad essercene. In questo caso la formazione riesce a mettere in campo tutte
le risorse di una persona, senza esclusioni. A dare voce alle diverse
intelligenze che ognuno di noi ha, senza definire a priori quale competenza
sia svolta a titolo professionale. Questa è una scelta che compete poi al
singolo, senza che una delle due debba essere considerata amatoriale o
subordinata.
Questo tipo di persone sono poi le più
incidenti dal punto di vista sociale, perché sono portatrici di una visione
larga. Sono più capaci di trasformarsi, e di trasformare. Trasferendo le
proprie competenze da un ambito all’altro, e nella relazione con gli altri.
Quindi è giusto che lo studente possa seguire
insieme diversi tipi di formazione.
Assolutamente sì. E oggi lo studente può
organizzare un piano di studi concordato fra Conservatorio e Università,
entro un tetto massimo di crediti per anno.
A questo proposito che sviluppo ha avuto il
discorso delle convenzioni con l’Università, e quello dei percorsi congiunti
per disegnare nuove professionalità? I profili professionali del
Conservatorio restano tutto sommato quelli tradizionali.
Con l’Università direi che ci conosciamo
reciprocamente poco. Non è una questione di volontà, e a livello personale
ho avuto e ho ottimi rapporti. Ma le istituzioni sono oberate dalla gestione
del quotidiano, e non è facile porsi nuovi orizzonti. Non nego che
inizialmente c’era una certa diffidenza nei nostri confronti, siamo
considerati “poco scientifici”. E simmetricamente c’era una certa diffidenza
da parte del Conservatorio verso un approccio non rigoroso dal punto di
vista artistico. Ma non è più così. Già ci scambiamo insegnamenti, in una
direzione e nell’altra: è solo una questione di tempo.
Avete convenzioni con l’Università?
Sì. Per lo scambio d’insegnamenti, per esempio
le discipline storico-musicologiche sono scambiate in entrambe le direzioni,
e altri scambi riguardano le discipline compositive e quelle linguistiche, e
le nuove tecnologie. Ci sono studenti universitari che vengono a fare esami
da noi, e viceversa. Anche studenti inseriti in curricoli tradizionali, come
quelli di strumento, a volte fanno esami all’Università.
In particolare con l’Università stiamo
lavorando sui tirocini, per farne il frutto di un lavoro congiunto fra
docenti nostri e docenti universitari, che porti a unire le competenze che
sono disponibili nell’una e nell’altra istituzione.
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Torniamo un momento al punto di partenza, al
discorso del processo di riforma. Perchè non riesce a concludersi? C’è un
orientamento nell’attuale governo, e c’è una persona di riferimento per il
sistema a livello governativo?
Negli anni scorsi è stato abbastanza lasciato
a se stesso, la direzione generale era abbastanza autoreferenziale.
L’attuale sottosegretario Galletti è un interlocutore attrezzato, ha capito
i nostri problemi e ha fatto una serie di proposte ben mirate. Speriamo non
ce lo portino via...
C’è poi il processo di monitoraggio che sta
cominciando a fare l’Anvur, ed è un fatto nuovo e interessante. Suscita
apprensioni, ma sono solo frutto della paura. Credo invece che il fine sia
quello di aiutarci, aiutarci a trovare assetti corrispondenti a sistemi di
valutazione (e a valori) un po’ più certi di quanto non siamo abituati ad
avere. E’ stata istituita una commissione, dove ci sono anche dei docenti e
direttori di Conservatorio. Ha funzioni di monitoraggio e d’indirizzo, non
di valutazione né tantomeno di giudizio ultimativo. I criteri di valutazione
vengono applicati perché possano servire a indirizzare al miglioramento e al
riassetto dove è necessario.
E’ comunque una fase transitoria, la
valutazione vera e propria arriverà dopo. Per ora una scheda di valutazione
delle nostre istituzioni è allo studio. Non guarderà solo alle statistiche
e ai dati quantitativi, ma alla qualità del servizio erogato, alla
“performance” delle istituzioni intesa come intreccio di progettualità, di
qualità delle strutture e così via.
Queste valutazioni avranno a che vedere con il
“regolamento che manca”?
Certamente sì. La vicepresidente dell’Anvur ha
parlato chiaramente di accorpamento di strutture, che è uno degli oggetti
del decreto che manca. Il quale sarà orientato dalle valutazioni dell’Anvur.
Galletti ci aveva promesso che sarebbe uscito entro la fine dell’anno, ma i
puntini sospensivi sono d’obbligo...
Comunque, dopo tanti anni dall’inizio del
processo di riforma, questo ultimo regolamento dovrebbe anche avere il
valore di una revisione della riforma stessa, di analisi del suo
funzionamento.
Qual è dunque il bilancio?
Di cose che non hanno funzionato ce ne sono
molte, ma l’idea di fondo è salda, quella di una educazione più sistematica,
che tocchi ambiti di competenza che il vecchio ordinamento non considerava,
che sia più ampia. Cito solo, come esempio, quello delle musiche d’insieme
che hanno un ruolo e un peso molto più ampio che nel vecchio ordinamento.
Basterebbe questo a definire un valore aggiunto assoluto. E così pure quello
della partecipazione ai processi formativi da parte di tutto il corpo
docente.
Certo poi ci sono le carenze di strutture e di
finanziamenti, ma anche le resistenze all’interno dello stesso corpo
docente. Resistenze perché non tutti sono disponibili, come è necessario in
una trasformazione profonda, a rimettersi in discussione continuamente. C’è
chi lo ha fatto e lo fa, e da questo punto di vista credo che Firenze sia
un’isola felice. Ma non è sempre così. Sopravvive un vecchio schema, in cui
il docente si sente un modello unico e assoluto, fuori discussione, e questo
schema non regge più. L’approccio di un docente che abita consapevolmente la
riforma è quello della condivisione della docenza, di un confronto continuo
ai vari livelli – scuola, consiglio di corso, dipartimento. Dove questo non
avviene, lì si registrano le carenze.
E tornando alla distribuzione territoriale del
sistema, qual è la soluzione? i Conservatori sono troppi?
La soluzione è nel fare sistema. Riconoscere
le competenze dell’uno e dell’altro, e riuscire a spostarle. Esempio
pratico: il dipartimento di Nuove tecnologie è uno dei più costosi. Non è
necessario che lo abbia ogni Conservatorio. E viceversa un altro
Conservatorio potrebbe avere altre potenzialità. In altre parole potremmo
diventare tanti poli specialistici differenziati. Naturalmente ci sono
difficoltà, anche di ordine sociale: gli spostamenti potrebbero essere
gravosi per gli studenti. E naturalmente sarebbe anche difficile, in nome di
una razionalizzazione del sistema, chiedere ai docenti di spostarsi.
Tuttavia questa parcellizzazione del sistema in istituzioni parallele e
simili non ci fa bene. Non possiamo tutti essere centri di eccellenza per
tutto. Forse l’Anvur potrebbe, come autorità esterna, “terza”, guidare
questo processo.
E sempre in tema di attuazione della riforma, cosa pensi
della vexata quaestio
della corrispondenza fra i livelli del vecchio ordinamento e quelli del
nuovo?
E’ una questione che si va stemperando, era
molto sentita all’inizio perché si sentiva il bisogno di un ancoraggio di
riferimento nel sistema che era conosciuto. In realtà è in atto oggi una
continua ridefinizione dei programmi di studio, e il curricolo sta
prendendo caratteristiche diverse da prima. Non posso neanche dire che ci
sia un abbassamento del livello (per intenderci: Triennio=ottavo anno, o
simili). Varia molto con gli indirizzi, e dipende anche dall’orientamento
complessivo dell’istituzione. Ma nell’insieme mi sembra che il Triennio vada
diventando una formazione che prepara a una successiva specializzazione.
E la legge che ha equiparato il vecchio titolo
al Biennio?
L’equipollenza passata per legge intanto è
limitata al 2012, ed è stata funzionale alle esigenze del recupero di
studenti in possesso del vecchio diploma, che avevano bisogno di spendere il
titolo. Ma la tendenza oggi è un’altra: tutti gli studenti di vecchio
ordinamento vanno poi a fare un Biennio. Magari non lo stesso di cui hanno
il titolo: per fare un esempio, ci sono diplomati in Pianoforte che vanno al
Biennio di Musica da camera, o di Musica vocale da camera, o di Nuove
tecnologie. O violinisti che cercano istituzioni dove ci sia la
specializzazione orchestrale, o quella d’insieme per archi. Sono sempre di
più gli studenti che fanno scelte di questo tipo, anziché continuare con il
Biennio corrispondente al loro titolo precedente. Si tratta quindi non di
questioni di titolo, ma del bisogno sentito di una specializzazione
effettiva. Quest’anno, per parlare di noi, a Firenze le richieste di
ammissione ai Bienni sono raddoppiate. E sono diplomati di vecchio
ordinamento. Abbiamo temuto un calo, così non è stato. E Firenze non è un
caso isolato.
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Finisco con due domande un po’ pepate. La
prima: perché quelle rare volte che la stampa parla dei Conservatori, ne
parla male.
C’è un pregiudizio, dovuto a molte cause.
Perché i docenti di Conservatorio lavorano meno ore degli altri. Perché la
preparazione culturale di un docente di Conservatorio era effettivamente
inferiore a quella di altri docenti laureati. Perché c’era un rapporto
docente-studente diciamo così privatistico, nel senso che il modello
didattico assomigliava a quello della lezione privata. Perché per molti anni
c’è stato un reclutamento dei docenti abbastanza indiscriminato, con il
quale sono entrate delle eccellenze ma anche persone non sufficientemente
preparate. Perché c’è stata – ma anche all’Università c’è stata – una
proliferazione irragionevole di cattedre anche non necessarie.
Detto questo, le critiche sono venute
purtroppo anche da grandi artisti che non si sono riconosciuti in una
istituzione in cui loro stessi avrebbero potuto avere grande incidenza, ed
essere di grande aiuto. L’hanno rifiutata in nome di eccellenze
specialistiche che tutti conosciamo e riconosciamo, senza che per questo il
Conservatorio debba essere ritenuto una scuola di serie B. E gli autori di
questi giudizi e di queste generalizzazioni sono stati personaggi capaci di
grande ascolto da parte dei media. Solo che come tutte le generalizzazioni
non dicono il vero, come non lo dicono quelle sulla medicina pubblica – per
fare un altro esempio – dove in Italia ci sono delle grandi eccellenze,
insieme con altri ospedali che funzionano male. E lo stesso sarà per altri
settori. Dipende: a chi si dà voce, a chi si vuole credere.
Per conto mio invito costantemente chiunque a venire a vedere il
Conservatorio: le porte sono aperte.
La tua prima risposta, a caldo, però è stata
“perché ce lo siamo meritato”....
Ce lo siamo meritato nel senso che abbiamo
permesso senza ribellarci che avvenissero le cose che ho elencato prima. Ci
si lamenta, magari, ma si reagisce poco. E non do neppure tutta la
responsabilità a Ministero e Direzione generale. Facciamo tutti parte dello
stesso sistema, e forse avremmo potuto fermare certi eccessi.
Detto questo, molti squilibri si stanno
correggendo. Ci sono molti casi virtuosi di buona distribuzione
territoriale, e anche di collaborazioni e consorzi fra istituzioni. Anche in
certe zone dove la proliferazione era stata più disordinata, si stanno
rendendo conto che devono specializzarsi, affinare le politiche educative,
diventare selettivi, estendere l’offerta sul territorio. Se il lavoro è
fatto bene, il numero dei Conservatori non è poi così eccessivo. Almeno in
linea generale.
E vengo all’ultima. Milano e Firenze hanno ora
ciascuna due istituzioni musicali Afam: Conservatorio e Civica lì,
Conservatorio e Scuola di Fiesole qui. Come la vedi?
A Milano c’è una tradizione storica di
convivenza fra Conservatorio e Civica. A Firenze noi siamo, e non da oggi,
perfettamente consapevoli: perciò non credo che ci saranno molti cambiamenti. Non ci contendiamo
gli studenti, le istituzioni hanno diverse vocazioni e personalità.
D'altronde guardo
ai dati oggettivi: se avessimo avuto un calo d’iscrizioni ci saremmo
preoccupati, non è avvenuto. Certo l’accreditamento di Fiesole, come gli
altri, è avvenuto in assenza del regolamento sul funzionamento delle
istituzioni, quello di cui si parlava prima. Ai Conservatori manca una
maggiore autonomia sul reclutamento, alle private dovrebbe esser richiesta una maggiore
adesione a regole comuni di funzionamento. Penso non solo alle modalità di
reclutamento (noi non possiamo sceglierci i docenti), ma anche alle
tipologie di applicazione dei piani di studio, alle modalità di selezione
degli studenti, al rapporto studenti/docenti sulle discipline
caratterizzanti e sulle altre, alla proporzione fra i dipartimenti – una
dimensione cui noi siamo molto attenti. Non abbiamo dipartimenti
ipertrofici, abbiamo un buon equilibrio fra i dipartimenti che si riflette
sull’equilibrio generale. L’ipertrofia di un solo settore potrebbe essere un
pericolo (non parlo delle istituzioni monotematiche evidentemente).
Però sarebbe un elemento di
specializzazione...
La specializzazione non si fa al Triennio,
è solo al Biennio. Vedo invece la possibilità di situazioni di conflitto
sulla doppia professione dei docenti: che prima potevano insegnare in entrambe le
istituzioni, ma non possono più nel momento in cui entrambe hanno
l’accreditamento Afam. La legge non lo permette.
Al di là di questo, io credo che questa
convivenza – fra poco probabilmente anche Pescara sarà nel gruppo – possa
essere vista come una complementarità. L’osservazione reciproca, la ricerca
di punti di collaborazione dov’è possibile mi sembrano incentivi a una sana
competitività. Ben venga. E i Conservatori, per quanto svantaggiati sul
piano del reclutamento, hanno il vantaggio della dimensione nazionale, di
essere un sistema.
E infine facciamo un accenno alla questione
della ricerca.
Che non è solo quella musicologica. Sta
cominciando a nascere una ricerca sulle pratiche, sulla metodologia
dell’insegnamento. E, anche, sul patrimonio: librario, immobiliare, lo
abbiamo vissuto finora abbastanza passivamente. A questo proposito, abbiamo
costituito un’associazione – RAMI, Ricerca artistica musicale in Italia –
con vari altri Conservatori. Ha carattere internazionale perché è fatta in
cooperazione con l’Associazione europea dei Conservatori. Vicenza ne è il
capofila, ci sono Firenze, Genova, Pesaro, Pescara, e si sta allargando ad
altri.
Ovviamente siamo a una dimensione di ricerca che coinvolge solo i
professori: non esiste ancora il dottorato, si può fare ricerca ma non
formazione alla ricerca. E’ un problema di soldi, ed è anche un problema di
strumenti giuridici: non ci sono le figure docenti dedicate al tutoraggio
dei dottorandi.
Per ora la formazione di più alto livello è
quella dei Master, di primo e di secondo livello. A Firenze stiamo facendo i
primi passi in direzione delle neuroscienze, con la facoltà di Medicina.
Sono piccoli passi, ma io sono per natura ottimista.
Sei ottimista anche sull'Afam in generale?
Anche. Penso che l’indirizzo complessivo sia
quello giusto. Certo non tutto va bene, ma avere la consapevolezza di come
andare verso un funzionamento migliore, non è poca cosa. Per il resto, ci si
lamenta spesso e volentieri, ma non serve a niente.