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La Civica Scuola di Musica di Milano entra in AFAM
Una riflessione "a caldo" con Marilena Adamo, presidente di Fondazione Milano,
e con Andrea Melis, direttore della Scuola.
di Sergio Lattes
Un anno dopo la conversazione con Andrea Melis a
proposito delle prospettive di entrata della Civica di Milano nell'AFAM, il
ministro dell'Università ha firmato il decreto relativo. Dall'anno accademico
2013-14
la Scuola rilascerà titoli di I livello equivalenti a quelli dei
Conservatori.
Su questa novità importante, per la Scuola e per la città, abbiamo
scambiato qualche idea con il direttore della Scuola e con Marilena Adamo, presidente della
Fondazione Milano,
l'ente partecipato dal Comune di Milano di cui la Civica Scuola di Musica fa
parte insieme con la Scuola di teatro Paolo Grassi, la Scuola di lingue e la
Scuola di cinema e televisione.
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Con tempismo fortunato, il decreto del Ministro
dell’Università che conferisce ai titoli della Civica Scuola di Musica milanese
il valore di titoli Afam è giunto alla vigilia del festeggiamento finale del
centocinquantenario dalla fondazione della scuola. Tanta gente, concerto, lancio
di lanterne luminose nel cielo cittadino, brindisi, applausi, clima festoso.
L’annuncio solenne è fatto al pubblico da Marilena Adamo, presidente da appena
20 giorni della Fondazione Milano, l’ente partecipato dal Comune di Milano cui
afferiscono le scuole civiche di musica e di jazz, la scuola di teatro Paolo
Grassi, la scuola di cinema e televisione, la scuola di lingue.
La notizia, e la lettera del ministro Carrozza che
accompagna il decreto sono naturalmente accolte da una ovazione.
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Si può dire che sin dalla sua fondazione la Civica di Milano, a fianco di altre attività non
professionistiche e di educazione musicale diffusa - delle quali giustamente il
direttore Andrea Melis va oggi fiero - ha sempre avuto una sezione organizzata
rigorosamente come un Conservatorio, nella quale si sono formati migliaia di
professionisti della musica milanesi.
I quali però durante il corso degli studi dovevano
assoggettarsi a sostenere due volte ogni esame del lungo curricolo musicale: prima alla
Civica, per la sanzione della Scuola stessa, poi come anonimi privatisti al
Conservatorio, per ottenere il valore legale dell’esame. Secolare dunque
si può definire l’aspirazione a quello che una volta si chiamava il "pareggiamento", oggi ottenuto
per la strada maestra: la Scuola stessa entra nel comparto dell’Alta
formazione artistica e musicale, che va rapidamente aprendosi a realtà
non–statali.
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Qualche considerazione "a caldo" la facciamo seduta stante,
per prima con la neo-presidente Marilena Adamo. Pedagogista, docente,
impegnata in politica come Assessore all’Educazione del Comune di Milano, poi
vicepresidente del Consiglio Regionale della Lombardia e del Consiglio Comunale
di Milano, senatrice per una legislatura, Marilena Adamo è da pochi giorni
presidente di Fondazione Milano, di cui la Civica Scuola è parte insieme con la
scuola di teatro Paolo Grassi, la scuola di cinema e televisione, la scuola di
lingue. E sottolinea il legame antico e profondo della Civica Scuola di Musica
con la città.
“Le radici di questa scuola nella città sono profonde e
voglio risalire un po’ indietro. C’è a Milano una tradizione educativa che ha
radice civica: negli stessi anni in cui nasce questa scuola, nascono il
Politecnico, l’Umanitaria, i Martinitt, le Stelline e così via. E ricordo le
materne comunali, che da Assessore ho difeso contro chi le voleva consegnare
allo Stato. Milano è stata a suo tempo all’avanguardia nella capacità
comunitaria di auto-organizzarsi dando risposte appunto civiche. Coesione
sociale da un lato, cura della qualità e dell’eccellenza ne sono state le linee
portanti. La presenza dello Stato in epoca fascista e successiva, le riforme
degli anni ’70 e ’80 che hanno tolto autonomia impositiva ai Comuni hanno
portato a un impoverimento di questa tradizione. E’ cosa che andrebbe ancora
studiata storicamente: la presenza crescente dello Stato ha costituito un
handicap per questo patrimonio storico milanese.”
Le chiedo, ed è domanda obbligata, come il Comune vede
queste scuole “speciali” e qual è il ruolo della Fondazione a questo proposito.
Adamo non ci gira intorno. “Con le regole della pubblica amministrazione che
diventavano sempre più stringenti e occhiute era diventato difficile gestire
queste scuole, che si definivano “atipiche”, all’interno dell’Amministrazione.
La seconda ragione di fare una Fondazione era quella di poter trovare altre
risorse, da privati, che integrassero quelle comunali. Su questo aspetto non si
sono fatti passi avanti, e non solo per la difficoltà di reperire oggi quelle
risorse, ma forse anche per una certa riottosità della struttura pubblica a
trovarsi a che fare con un privato che metta occhio e mano ai conti. Per quanto
possa fare il Comune di Milano, i tempi sono quelli che sono: le scuole stesse
devono mettersi in una prospettiva di autoimprenditorialità. Laddove ci sono
risorse, anche immobiliari, vanno messe a reddito. La ricerca di risorse è
problema innanzitutto mio, a partire dai partner istituzionali – Regione,
sistema universitario. Perché se è vero che queste scuole sono un patrimonio cui
Milano non può rinunciare, è anche vero che non basta dirlo.”
Le ricordo quanto sta succedendo con gli Istituti musicali
pareggiati: una volta entrati nell’Afam, i Comuni – per i quali costituiscono un
costo pesante – chiedono allo Stato di riprenderseli. Non succederà la stessa
cosa alla Civica? Adamo lo esclude: certo con la situazione economica che c’è lo
Stato non li prenderà. Muoversi in questa logica vorrebbe dire andare verso la
chiusura.
Ma questa sera la domanda obbligata è un’altra: ci sono ora
due istituzioni musicali Afam, parallele, a Milano. Che cosa significa, che cosa
comporta. “La città è grande, – è la risposta - il bacino di utenza è ancora più
grande, sia noi che il Conservatorio abbiamo studenti da tutta Italia. Se si
passa da una logica di competizione, quale forse c’è stata in passato, a una di
collaborazione, troveranno posto le vocazioni di ogni istituto. Il Conservatorio
oggi ha il diploma specialistico che noi non abbiamo ancora – lo chiederemo dopo
il varo del Triennio. Noi abbiamo le nostre aree vocazionali. Ma l’essenziale,
in un momento di risorse scarse come questo, è fare sistema: questa è una
necessità strategica per tutti. La città ha bisogno delle due grandi istituzioni
formative, e di tutto quanto a loro gira intorno, penso anche alle orchestre,
che hanno alcuni versanti formativi, e tutti questi soggetti devono muoversi
appunto come un sistema. Il punto di partenza è il bisogno di formazione
musicale che c’è nella società, e l’analfabetismo musicale che c’è dalla scuola
dell’obbligo in su. La sinergia delle istituzioni è obbligata e può portare a
risultati grandi, se si riesce a superare i particolarismi. Ora che le scuole
sono due, e sullo stesso piano, il tempo è maturo per un discorso lungimirante e
generoso.”
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Non è diverso il punto di vista di Andrea Melis,
direttore della scuola. “Ti dò, oggi ancora più di un anno fa, la stessa risposta
di allora: la
logica è quella della sussidiarietà, o la complementarità. Le strade sono due: o
si fa la guerra fra le contrade, che è il vecchio vizio italiano. Oppure si
lavora sussidiariamente, fra istituzioni che comunque sono tutte finanziate dal denaro
pubblico, e lo ritengo doveroso anche sul piano etico. Dobbiamo pensare come un
insieme a noi, al Conservatorio e alla Scuola Arti e Mestieri della Scala come a
un polo milanese di alta formazione che concorra a livello europeo,
esprimendo il meglio di ogni istituzione. Perché lo studente va a pescare dove
vuole, e deve potersi muovere fra una istituzione e l’altra. Se in questo lo
ostacoliamo, non gli rendiamo un buon servizio. La gelosia fra istituzioni è
cosa che non lo riguarda.”
Il decreto di equiparazione è fresco d’inchiostro, e gli
chiedo se la Civica dovrà pagare un prezzo in termini di vincoli nuovi, per
esempio nelle modalità di reclutamento dei docenti, o nella formazione dei
percorsi didattici degli studenti.
“In primo luogo, aspettiamo come tutti il regolamento AFAM
sul reclutamento, che è il pezzo della riforma che ancora manca, e lo seguiremo
scrupolosamente. La nostra scuola già oggi recluta secondo criteri di qualità,
siamo certificati ISO 9001. Voglio precisare che la stragrande maggioranza delle
nostre cattedre è occupata da docenti che sono in ruolo da molto tempo, e per lo
più provengono da concorsi indetti dal Comune. Il nostro turn-over riguarda
esclusivamente le collaborazioni, che comportano un circoscritto numero di ore.
Per le cattedre principali il personale è quasi tutto di ruolo a tempo
indeterminato, o determinato in via di trasformazione in indeterminato.”
“Tuttavia penso che se possiamo portare nel sistema qualche
elemento d’innovazione o di maggiore flessibilità, facendo appunto sistema ne
beneficeranno anche gli altri. Se potessimo essere per così dire un
“acceleratore di trasformazione”, anche rispetto agli ordinamenti, spenderemmo
fino in fondo questo nostro ruolo, anche a favore degli altri.
"Lo stesso per i piani di studio: sono stati riconosciuti
come pienamente rispondenti all’ordinamento. Ci muoveremo nell’alveo di ciò che
va fatto in base all’ordinamento, e manterremo tutte le specificità che ci
caratterizzano. Come del resto farà ciascun Conservatorio con le proprie. E le
differenze vere, credo, le fanno sopratutto i docenti. C’entra, certo, anche il
modo in cui tu declini ordinamenti e programmi, c’entra il puntare molto - e noi
lo facciamo – sulle attività d’insieme, sul superamento del modello didattico
rigido della lezione one-to-one. Ma tutto si svolge comunque in una cornice
unitaria, che è quella degli ordinamenti”.
Ma la Scuola Civica, come del resto tutti i Conservatori,
non è solo alta formazione. “Questo è importante” dice Melis. “Voglio ricordare
che per noi come per qualunque altra istituzione il segmento Afam, cioè quello
“alto”, riguarda mediamente si e no il 20% degli studenti. L’80% delle nostre
scuole è altro, occorre non perdere di vista questo punto. Il riconoscimento
ministeriale riguarda, per noi, la fascia apicale di una filiera formativa lunga
e complessa. Abbiamo collaborazioni con le scuole sul territorio, abbiamo
attività di musica d’insieme per i più piccoli, percorsi propedeutici e di
avvicinamento alla musica in età pre-scolare. E abbiamo iniziative susseguenti
il diploma. Bisogna ragionare su una filiera lunga, e organica. Non rinuncerei
mai a tutto quanto c’è prima dell’Afam: un sistema che non si alimenta è
destinato a morire.”
Ricordo a Melis che la Civica ha una tradizione di rapporto
col territorio, che la distingue. Ma anche sul piano della tecnica didattica per
i livelli infantili e intermedi mi sembra che abbia prodotto una elaborazione
nuova. Ed è un terreno sul quale i Conservatori, pur avendo goduto di grande
libertà di progettazione del curricolo pre-accademico, hanno finito per lo più col riproporre i
modelli didattici preesistenti, salvo aggiustamenti nei repertori (e salvo,
s’intende, lodevoli eccezioni).
"Sono contento di questo tuo riconoscimento" mi dice Melis.
“Secondo me c’è stata progettazione e innovazione per il metodo collegiale con
cui siamo riusciti a procedere, ed è una nostra tradizione che personalmente
tento di tener viva e di rafforzare”.
L’ultima domanda “tecnica” riguarda la standardizzazione
dei livelli di accesso all’Afam, un problema molto sentito da quei docenti (non
pochi) che temono che il nuovo ordinamento possa portare a un abbassamento del
livello qualitativo degli studi. Sul piano nazionale ci sono forti discrepanze
nel definire i livelli di accesso all’Afam. E la legge che ha recentemente
equiparato il titolo "vecchio" al Biennio ha accentuato le differenze fra
istituti che richiedono per l’accesso al Triennio un livello grossomodo
corrispondente al 7° corso (compiuto) dei vecchi percorsi decennali, e altri
istituti che fanno coincidere il Triennio con il vecchio corso medio e il
Biennio con il vecchio corso superiore.
La risposta di Melis è interlocutoria ma chiaramente
orientata. “Ci penseremo. La nostra asticella per l’accesso è stata collocata
abbastanza in alto, nel raffronto con altri Conservatori. Ma si dovranno
costituire ambiti di confronto fra gli istituti – a livello di direzione e anche
a livello delle singole discipline. Il problema lo guardo sempre dal punto di
vista dello studente: lo studente, come già dicevo prima, deve poter circuitare,
a livello europeo e non solo italiano o cittadino, fra istituzioni omologhe e
per far questo deve poter fare il proprio “punto nave” all’interno del proprio
curriculum di studi trovando corrispondenze ed equivalenze fra sistemi che
devono essere omologhi su base europea. Se questo non avvenisse significherebbe
che una fetta del sistema formativo italiano sarebbe disallineata e tagliata
fuori dal contesto europeo”.
18 giugno 2013
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