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Del congresso AEC, del confronto europeo
e altro ancora
Una conversazione con Marzo Zuccarini, direttore del Conservatorio di Torino
di Sergio Lattes
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Il congresso Aec a Torino. Quale significato.
Intanto, ovviamente, il desiderio di far
conoscere meglio il Conservatorio di Torino sia ai colleghi italiani che a
quelli che vengono dall’estero. Poi quello di rinsaldare la relazione fra il
nostro sistema e quelli degli altri Paesi europei. Il titolo di questo
congresso, “Reinventare il successo”, va inteso, credo, in senso molto ampio e
investe ovviamente la didattica: ne abbiamo parlato ampiamente nelle riunioni
preparatorie del Congresso, e questo ne sarà il cuore. E’ importante che proprio
in Italia si crei l’occasione di una riflessione su quale strada ci sia ancora
da fare, indipendentemente dal Processo di Bologna, nel confronto fra noi e gli
altri, e dove questa strada debba condurre.
Stai anticipando una domanda che volevo
farti. Come vedi il nostro sistema Afam nel confronto europeo?
E’ un discorso delicato, e a costo di rendermi
poco simpatico l’ho già detto e lo ripeto. Dal punto di vista dei contenuti
didattici, sopratutto nei bienni, mi pare che ci siano molte equivalenze, non mi
sembra che dobbiamo imparare dagli altri. Trovo invece molte criticità nei
trienni. Sono stati pensati per studenti che hanno la maturità, sono fuori dagli
impegni scolastici e hanno quindi più tempo a disposizione. Ma per noi non è
così: la gran parte dei nostri studenti o fanno ancora il liceo o fanno
l’Università – comunque hanno un impegno esterno. Il carico dei crediti dovrebbe
essere distribuito in modo diverso, in maniera ineguale fra il primo, il secondo
e il terzo anno. Come sostanzialmente avviene in Germania, dove peraltro il
percorso si fa in 4 anni e non in 3.
L’altro aspetto problematico nella relazione
fra il nostro sistema e gli altri consiste, in particolare per i bienni, nel
numero delle istituzioni. In Italia tutti i Conservatori (cioè 78) hanno
attivato il biennio: altrove i numeri sono radicalmente diversi. Non voglio fare
un discorso mercantilista che non mi appartiene, ma altrove c’è in genere un
equilibrio fra offerta formativa e mercato del lavoro, che da noi non esiste.
Faccio il solito esempio della Germania: a fronte di 24 Hochschulen ci sono 320
orchestre. C’è crisi anche lì, ma se si chiudono 40 orchestre ne rimangono 280,
noi chiudendone altrettante andremmo a meno 12...Poi ci sono le società di
concerti e quant’altro, è l’intera struttura musicale che è un’altra.
Nella nostra situazione, la mia esperienza di
docente e anche di musicista mi dice che i nostri Conservatori sono chiamati a
fare due cose, diverse. Devono prendersi cura degli studenti – e sono la
maggioranza - che, pur avendo delle capacità, non faranno il mestiere del
musicista. A queste persone devono dare una cultura musicale e strumentale
solida, per il loro arricchimento e perché si possa formare un pubblico della
musica più numeroso e più consapevole. Poi ci sono gli studenti che possono
pensare o sperare di fare questo mestiere: sono una minoranza. Le cose stanno in
questi termini, e agli studenti occorre farlo comprendere. Non raccontargli
favole, non generare illusioni, non dare voti che non corrispondono alla realtà,
dare invece gli strumenti per comprendere il mondo della professione e per
valutare le possibilità di affrontarlo effettivamente. Mi sembra un dovere
morale.
Considerando che è molto improbabile che si
torni indietro nel numero degli istituti o che si crei fra loro una gerarchia,
se capisco bene è inevitabile che per molti studenti il Conservatorio non sia
una scuola professionalizzante.
Non esattamente. A tutti gli studenti noi
dobbiamo dare comunque tutto quello che sono in grado di ricevere. Ma al
contempo dobbiamo dare loro chiaramente il messaggio che non tutti saranno in
grado di accedere alla professione.
D’altra parte una persona che studia fra i
19 e i 23 anni legittimamente si aspetta di ricevere una formazione che lo porti
a un lavoro…
In primo luogo gli si possono dare delle
sollecitazioni a studiare anche altro, per esempio a iscriversi all’Università.
Possono fare le due cose?
Certo. Non possono fare contemporaneamente 2
bienni. Possono fare, e molti lo fanno, un triennio del Conservatorio e un
biennio dell’Università. Possono fare contemporaneamente due trienni, a
condizione di non superare il tetto di 90 crediti, ma facendone per esempio 30
in una istituzione e 60 nell’altra. E per chi deve fare il biennio in entrambe
le istituzioni abbiamo creato, come altri Conservatori, dei corsi singoli con
crediti, o corsi post-diploma, che consentono si mantenere il contatto con il
docente e con il Conservatorio, in attesa di terminare il biennio universitario
e di potersi iscrivere al biennio da questa parte.
Torniamo dunque al congresso Aec. Una delle
sessioni è dedicata a un bilancio del Processo di Bologna. Ti chiederei un
anticipo della tua opinione.
Sono innegabili degli aspetti positivi, per
esempio nella mobilità degli studenti. Siamo, credo, ancora abbastanza lontani
da una vera omogeneità di contenuti e di percorsi. E ci sono ancora Paesi che
collocano lo studente in un ciclo diverso da quello di provenienza (per esempio
uno arriva durante il biennio e viene collocato in un triennio). Beninteso le
differenze fra contenuti sono anche positive, non penso a una scuola identica
dappertutto, a maggior ragione in un campo didattico così particolare, ma delle
linee guida meglio definite sarebbero di aiuto agli studenti che si muovono fra
un Paese e un altro.
Questa non sarebbe proprio la funzione di
Aec?
Sì, e di strada in questa direzione se n’è
fatta. Ma un pezzo di questo discorso riguarda la parte politica, e qui ricevere
risposte è spesso molto più difficile, e in Italia ne sappiamo qualcosa.
Ancora sul congresso: una sessione è
dedicata ai valutatori. Come vedi questo tema, in generale?
Non mi sono mai sottratto agli esami.
All’interno del Conservatorio abbiamo il nostro sistema di valutazione, e il
nucleo di valutazione attiva un questionario cui gli studenti devono rispondere
prima del diploma. Il questionario contiene un ventaglio di domande estremamente
ampio su tutti gli aspetti delll’istituto, direttore compreso. E questo mi va
benissimo. Quello da cui bisogna guardarsi, a mio parere, è l’errore di dare un
peso non dico eccessivo ma un po’ debordante a certe valutazioni di parte
studentesca. Che in casi-limite possono diventare quasi strumenti di pressione,
non voglio dire di ricatto, sui docenti.
Un ‘68 cinquant’anni dopo?
Sperando di aver imparato qualcosa dal ‘68.
Ricordo l’importanza che Gramsci attribuiva alla lezione della storia.
Tornando al nostro mondo, che ne è del
“famoso” decreto sul reclutamento.
E’ stato ritirato col cambio di governo. Devo
dire che, per quanto ne so – perché il testo definitivo nessuno lo ha mai visto,
sono circolate solo bozze - conteneva delle grosse criticità, a cominciare dai
concorsi nelle singole sedi: per farli come sembravano articolati avremmo dovuto
tutti sospendere l’insegnamento. Le conferenze dei direttori, dei presidenti,
degli studenti, i sindacati hanno fatto delle osservazioni e delle
controproposte a un primo testo che era stato presentato: e sono state inviate
anche alle commissioni parlamentari. Il testo finale, come dicevo, non si è
visto – e quindi non lo posso giudicare. Quel che so è che è stato ritirato. E’
una condizione non facile da descrivere ai nostri colleghi stranieri quando ci
chiedono del nostro sistema di reclutamento. Il sistema, a tutt’oggi, è quello
“di prima”.
Una domanda più “locale”: come vi
comportate rispetto alla fascia anteriore a quella accademica.
Premesso che abbiamo attivato al nostro interno
il percorso per i giovani talenti, e con un criterio molto selettivo, da quando
mi sono insediato come direttore nel 2015 abbiamo attivato moltissime
convenzioni con scuole civiche e private, non solo della città ma di tutto il
Piemonte. A parte, s’intende, il rapporto che abbiamo con il liceo musicale. Con
le scuole abbiamo rapporti stretti, anche con la presenza di nostri docenti e
con la presenza dei loro quando i loro studenti vengono a fare da noi gli esami
da privatisti, s’intende nella fascia pre-Afam. E ricevono da noi anche dei
vantaggi economici. Ma lo scopo principale è di dar loro anche supporto dal
punto di vista didattico sopratutto in riferimento ai loro allievi che
manifestano attitudini specifiche che possono preludere all’ammissione all’Afam.
Il prossimo 18 gennaio 2020 raduniamo in un convegno in Conservatorio tutte
queste scuole, più le scuole medie a indirizzo, per parlare appunto del nostro
rapporto con le scuole del territorio. Hanno aderito in moltissime. E il 17
maggio il salone del Conservatorio sarà a disposizione di tutte queste scuole
per una maratona musicale dei loro allievi.
Quindi avete messo in piedi una rete
abbastanza attiva.
Che comincia a dare i suoi frutti anche in
altri sensi. Alcune di queste scuole quando hanno bisogno di personale docente
cominciano a chiederci di segnalare giovani diplomati. Il che vuol dire che ai
nostri studenti procuriamo lavoro.
E a questo punto quante delle vostre
matricole vengono dall’interno e quante dalle scuole esterne?
Non so esserti preciso, ma in questo momento
circa il 60-65% viene dall’interno, non per tutte le discipline ovviamente. La
prospettiva è quella dell’incremento degli ingressi dall’esterno. Anche perché
l’accesso al propedeutico avviene oggi a un livello abbastanza elevato,
sopratutto per alcune specialità, e quindi è indispensabile creare un percorso
sottostante adeguato.
Questa è una questione cruciale per l’intero sistema. Se vogliamo, è
la questione centrale della riforma.
Certamente. Il Conservatorio non può tornare a
quello che era 30 anni fa. Sarebbe impossibile, anacronistico, e in
contraddizione con quanto avviene nel resto d’Europa. Il Conservatorio deve
coordinare dall’esterno un sistema di formazione, rispettando l’autonomia delle
scuole del territorio. Si deve puntare, come avviene in tanti Paesi, a un
curricolo omogeneo fra il Conservatorio e il sistema antecedente, ovviamente per
quegli studenti che gradatamente vengono manifestando attitudini specifiche.
Un’ultima domanda, su un argomento del
tutto diverso. A Torino avete attivato il diploma Pop/Rock?
No. Non discuto la ragion d’essere di questo
settore, ma mi sembra che con l’Afam abbia poco a che vedere. Considerate le
grandi differenze fra il campo Pop/Rock e quello classico in termini di
contenuti, di repertori, di programmi eccetera, non capisco come un diplomato in
Pop/Rock possa aver titolo a insegnare in un liceo musicale o in una scuola a
indirizzo.
Però, oltre ai Conservatori che hanno attivato il Pop/Rock, ci sono
scuole che fanno solo quello e hanno ottenuto il riconoscimento Afam. E magari
il Pop/Rock lo fanno meglio dei Conservatori...
Penso che, pur con un generico riconoscimento
ministeriale, questo tipo di discipline dovrebbe rimanere ben distinto dai
Conservatori. Non posso fare a meno di pensare che la complessità musicale del
Pop/Rock al diploma di biennio, comprendendo tutto il programma che può essere
svolto, non pesa quanto il primo esame di prassi esecutiva del triennio di uno
strumento come ad esempio il pianoforte. Beninteso non mi riferisco al Jazz, i
nostri jazzisti al biennio fanno un lavoro veramente profondo. Parlo solo del
Pop/Rock e mi ripeto: il contenuto musicale di un biennio di II livello di
questa disciplina equivale a una pagina di una Sonata classica di quelle che si
portavano al compimento inferiore di Pianoforte. Ovviamente questa è la mia
opinione, so che differisce da quella di molti colleghi.
E’ una opinione interessante. Su questo sito abbiamo aperto un piccolo
dossier sull’argomento, interpellando sia rappresentanti del Pop/Rock che
dell’ambito classico, e finora non avevamo trovato – né in un campo né
nell’altro - obiezioni di principio come le tue. Potrebbe essere l’inizio di un
altro discorso.
Novembre 2019

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