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I quaderni della riforma/Storici
Le risposte di
GABRIELE MORONI
Gabriele Moroni è docente di Storia della musica
presso il Conservatorio di Pesaro, dove ha promosso anni fa l'istituzione di un
corso sperimentale di Storia della musica e più recentemente l'apertura di una
Scuola di Musicologia nel Triennio di I livello. Le sue ricerche sono rivolte in
particolare alle fonti musicali, al teatro musicale, alla musica d'organo e
contemporanea. E' critico discografico per la rivista Audio-Review.
Sergio Lattes - C’è una polemica ricorrente a proposito
della prevalenza, nella cultura accademica italiana, della dimensione storica su
ogni altra, in ogni ambito disciplinare. Ovvero, estremizzando, della tendenza a
ridurre ogni disciplina alla sua propria storia. Anche nel nostro settore, per
fare un esempio, il termine “musicologia” ha stentato a farsi accettare in
Italia, incontrando diffidenza nella cultura d’ispirazione storicistica. E a
tutt’oggi la musicologia italiana è da alcuni considerata come quasi
esclusivamente “storica”. Pensi che questa peculiarità esista, e che sia
effettivamente un limite?
Gabriele Moroni - Negli ultimi decenni la musicologia
italiana ha fatto passi da gigante e ormai non è seconda a nessuna tradizione di
altri paesi, le tecniche d'indagine sono diventate sempre più raffinate e si
sono moltiplicati i campi di ricerca, certamente non più limitati al solo
aspetto storico: dunque definire la musicologia italiana essenzialmente storica
mi sembra frutto di un pregiudizio, se non di mancanza di informazione. Vorrei
però aggiungere, anche se so di toccare un nervo scoperto, che la musicologia
potrebbe ulteriormente arricchirsi dal coinvolgimento dei Conservatori. Voglio
dire, finora gli studi musicologici si sono concentrati nelle Università,
conquistando nel giro di quattro decenni enorme prestigio. L'allargamento di
tali studi ai Conservatori, legati ad un altro tipo di tradizione (spiccatamente
performativa) potrebbe portare nuova linfa a tale settore. Invece da parte del
settore universitario c'è stata una levata di scudi contro tale allargamento,
nonostante molti docenti di storia della musica dei Conservatori siano
musicologi con fior fiore di pubblicazioni. Oltretutto, proprio la produzione
saggistica dei diplomati provenienti da un corso di musicologia come quello del
Conservatorio di Milano mi sembra la migliore smentita di fronte a timori di
abbassamento di livello. Un passo avanti si potrà ottenere dalla collaborazione,
che so auspicata dal CNAM, tra Conservatori e Università nel campo
dell'insegnamento della musicologia.
SL Quali sono a tuo avviso i problemi specifici che il
processo di riforma pone a Storia della musica intesa come disciplina?
GM Sicuramente il rapporto con le Università, come avevo
accennato, e la riformulazione stessa dei suoi contenuti, dunque la sua stessa
ragione di esistere; di conseguenza, le competenze, i campi di intervento dei
docenti della materia. Certamente un coordinamento nazionale tra docenti,
abbozzato ma mai attuato, potrebbe aiutare a risolvere quella che a me sembra
una grossa crisi di crescita.
SL Il ruolo e il peso che l’ordinamento del 1930 attribuisce alla
storia della musica oggi ci sembrano insufficienti e inadeguati nella
formulazione dei contenuti. Tuttavia furono a quel tempo il frutto di una
“battaglia culturale” vinta. Infatti l’esame, con le sue famose tesi, fu
stabilito come un catenaccio senza il quale non si potesse arrivare al
compimento degli studi di qualunque strumento.
Per ottenere questo, si dovettero superare le forti resistenze
di chi opponeva l’argomento che non si potesse negare il compimento degli studi
musicali a uno strumentista di grande talento ma di scarsa alfabetizzazione.
Come dire: se è bravo, non importa che non sappia la storia della musica.
Esiste anche oggi questo modo di pensare? E con quali
argomenti si può affrontarlo?
GM Sulla base della mia esperienza ultradecennale, posso
dire che questo atteggiamento è cambiato, forse anche per rassegnazione. Certo,
vi sono realtà più conservatrici e altre più aperte. Devo comunque osservare che
ho riscontrato tale modo di pensare nei docenti, e mai negli studenti, tanto
meno una volta diplomati. La mia sensazione è che i problemi posti dalla realtà
attuale (crescente interesse verso le prassi esecutive storiche, necessità per i
giovani interpreti di allargare il loro repertorio, progressiva consapevolezza
della diversità degli stili compositivi nella storia, coinvolgimento sempre più
frequente nella esecuzione di una musica così "problematica" come quella del
Novecento) convincano sempre più gli studenti dell'importanza di una tale
materia.
SL Ritieni che l’attuale corso ordinamentale di storia
della musica debba svolgersi, in tutto o in parte, nel triennio (e quindi in
tutto o nella stessa parte essere “abbonato” a chi abbia già conseguito la
licenza prima di entrare nel triennio), oppure pensi che gli studi di storia
della musica, nel triennio, debbano essere “altri”, e quindi che l’attuale corso
debba costituire un debito per lo studente privo di licenza (salvo che dimostri
una competenza equivalente in sede di esame di ammissione)?
GM Il fatto che al triennio arrivino studenti che talora
hanno seguito in tutto, in parte o per nulla i corsi ordinamentali, o che
provengano da realtà esterne al Conservatorio ha creato una grande quantità di
problemi, credo soprattutto per questa materia. So che in alcuni Conservatori
nel triennio viene semplicemente ripreso il vecchio corso biennale, magari con
qualche aggiornamento verso il Novecento. L'esperienza, o meglio le conoscenze
che ho acquisito su Erasmus e la valutazione dei titoli a livello internazionale
mi hanno convinto sempre più che, così come possono fare domanda per Erasmus
solo gli iscritti agli ultimi anni del vecchio Conservatorio, simile
atteggiamento si debba avere nella valutazione delle conoscenze e dei titoli dei
ragazzi che si iscrivono al triennio, sebbene questo lasci ancora margini di
ambiguità. Una soluzione salomonica, per lo meno non rigida mi sembrerebbe la
seguente: il docente tiene il suo corso secondo programmi stabiliti dalla
istituzione, e che sono di livello superiore (cioè non un semplice trasferimento
o adattamento dei vecchi corsi biennali); il docente o una commissione
decideranno, caso per caso, se dare crediti o "sconti" allo studente.
SL Pensi che la storia della musica nel triennio debba
essere più approfonditamente sistematica, oppure monografica, oppure invece
riguardare altri campi disciplinari dello stesso settore, come per esempio
“storia delle forme e dei repertori musicali”?
GM Mi sembrerebbe più utile una trattazione su aspetti
monografici (magari progettata tenendo conto delle aspirazioni degli studenti
che seguono i corsi), oppure che riguardi la storia delle forme e dei repertori
musicali. Non dimentichiamo che, per quanto sappiamo finora, gli studenti
dovrebbero seguire, nei Licei musicali, Storia della musica per 66 ore per 5
anni: su questo dato andrebbe riformulato l'insegnamento della materia nel
Triennio.
SL Fra le molte lacune che la nostra formazione
musicale registra rispetto a quelle dei paesi di più forte tradizione musicale,
si nota la mancanza di una educazione all’ascolto che metta lo studente,
gradatamente, in una condizione di familiarità con i linguaggi/stili musicali
del passato, e in condizione di riconoscerne all’ascolto i tratti caratteristici
e distintivi. Si tratta di un approccio molto diffuso all’estero, e
sistematicamente coltivato fino a livelli sofisticati.
A questa lacuna nell’insegnamento si aggiunge spesso la scarsa
abitudine degli studenti, anche avanzati, a seguire la vita musicale e
concertistica. Ne risulta una conoscenza della musica asfittica, ridotta quasi
totalmente a quanto viene direttamente conosciuto in sede di studio dello
strumento; e all’ascolto di dischi, spesso anche questo limitato alla
letteratura del proprio strumento.
Pensi che Storia della musica, intesa come disciplina
d’insegnamento, possa o debba farsi carico di un approccio sistematico
all’educazione all’ascolto, integrando sostanzialmente il tradizionale approccio
verbale/scritto? E saresti d’accordo su un’applicazione sistematica di questo
tipo di didattica, per livelli progressivi di abilità?
GM Diversi anni fa, nel momento in cui stavamo varando un
corso sperimentale triennale di Storia della musica a Pesaro, sottoponemmo dei
questionari a studenti che frequentavano i nostri corsi: molti iscritti a
pianoforte ammisero candidamente di non conoscere la Sonata Al chiaro di luna
e pezzi simili. Oggi la situazione è enormemente cambiata perché uno studente,
se vuole può scambiare file con gli amici o ascoltare una grande quantità
di musiche attraverso il web (i sondaggi casuali che faccio mi fanno però capire
che l'ignoranza resta spaventosa). Ritengo che l'insegnamento della Storia della
musica, per il suo carattere sistematico debba preoccuparsi di fare conoscere il
repertorio e, senza dubbio, occuparsi della educazione all'ascolto. Ciò potrebbe
portare anche ad una diversa organizzazione del lavoro, che potrebbe essere di
tipo coordinato e prevedere docenti di storia che si occupino principalmente di
questo aspetto. E' una questione molto sentita dai docenti di Storia della
musica.
SL Chi deve insegnare le “storie” più vicine allo
strumento? Dai decreti 90/09 (settori disciplinari) e 124/09 (ordinamento dei
corsi, e corrispondenze fra settori disciplinari e classi di concorso) si
ricavano conseguenze anche contraddittorie, o di non facile interpretazione.
Per esempio:
-
“Storia della musica
elettroacustica” (CODM/05) è attribuito ai titolari di Musica elettronica, e non
di Storia.
-
“Storia del jazz, delle musiche
improvvisate e audiotattili” (CODM/06) è attribuito ai titolari di Jazz e non di
Storia.
-
Del settore “Storia della musica”
(CODM/04) – attribuito ai docenti di Storia della musica – fanno parte alcune
discipline collegate agli strumenti, come “Storia delle forme e dei repertori
musicali”, “Storia della teoria e della trattatistica musicale”.
-
Però allo stesso tempo tutti i
settori degli strumenti (CODI/01à22)
– attribuiti ai docenti di strumento – comprendono, rispettivamente,
“Letteratura dello strumento” e “Trattati e metodi”, e inoltre “Fondamenti di
storia e tecnologia dello strumento”.]
GM Negli ultimi tempi mi è sembrato di assistere ad una
sorta di assalto alla diligenza: docenti che hanno sempre disprezzato la Storia
della musica improvvisamente hanno sentito il bisogno di occuparsi di competenze
tradizionalmente assegnate a questa materia. Vorrei segnalare un particolare che
a me sembra uno scandalo: stando al dettato dei decreti, i docenti di Storia
della musica non potranno insegnare nel triennio Drammaturgia musicale,
materia che hanno certamente toccato insegnando da sempre la storia del teatro
musicale, e che è campo elettivo di ricerca per molti di loro.
Passando ai settori disciplinari degli strumenti, ci sono certamente grossi
elementi di ambiguità in termini come "letteratura" e "repertori", e non si
capisce se l'impiego di termini diversi sia frutto di una scelta consapevole. In
ogni caso, in termini musicologici, potremmo dire grosso modo che il repertorio,
cioè le musiche correntemente eseguite, costituiscono il 5 %, anzi forse l'1 %
della letteratura musicale. Sarebbe stato più logico affidare un discorso sulla
letteratura ai docenti di Storia della musica, visto che ciò implica riferimenti
alle fonti, al loro studio e alla loro eventuale ricerca.
Per contro, riferendoci ai settori degli strumenti, cosa si intende con
"Letteratura dello strumento", un elenco di brani? Per questo basterebbe un'ora
di lezione e indicare qualche testo agli studenti. Oppure si intende collocare
la letteratura all'interno della produzione (e della eventuale trasformazione
stilistica) del compositore, metterla in rapporto agli usi, ai contesti? A parte
il caso ancora raro di strumentisti-musicologi, non mi sembra che gli attuali
docenti abbiano gli strumenti per approfondire questi aspetti.
Nei prossimi mesi tali questioni dovranno essere definite, ma già ci sono
segnali, dal poco che sento, di una lotta per la conquista del territorio.
Per quanto riguarda Storia della musica jazz ed elettronica, vedrei molto bene
(soprattutto nel secondo caso) una collaborazione tra docenti specializzati (con
ciò intendo non per statuto, ma per preparazione personale) e docenti di Storia
della musica: aspetti come la gestualità, il ricorso a tecniche aleatorie o al
contrario fortemente controllate, la stessa crescente attenzione verso il rumore
nel Novecento mi sembra richiedano una contestualizzazione.
(febbraio 2010) |