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GLI AMATORI, O DELLA
FELICITA'
Conversazione con Laura Riccardi
Violinista, violista... non ama
classificarsi. Adora la musica in ogni sua espressione. Ha conseguito il Diploma
d’onore dell’Accademia Chigiana con Riccardo Brengola. E’ stata Concertino e
Spalla dei primi violini nell’Orchestra Verdi di Milano dalla fondazione al
2006. Nell’ambito della stessa istituzione è stata “madrina” come primo Tutor
dei violini nell’orchestra amatoriale “La Verdi per tutti” quando è stata
creata. La sua attività con gli amatori continua con i corsi d’orchestra di
Musicandoacademy e con l’orchestra Contrarco (Associazione AIMA) e con workshop
di musica da camera a loro dedicati. Ha fatto parte del gruppo di “Morris On and
Dance”, dedicato al Folk Rock britannico. Ha lavorato con Lodovico Einaudi, fa
parte dell’Orchestra da Camera di Mantova e collabora con diverse istituzioni
musicali in Italia e all’estero. E’ insegnante Suzuki di Violino e Viola.
Hai fatto con gli amatori una parte
importante della tua esperienza professionale.
L’esperienza con gli
amatori mi ha aperto un mondo. Quando una cosa la fai come
professione talvolta perdi di vista il suo significato, come
dire, etico. E poi nel caso della musica è importante che ci sia
anche un piacere,
non solo lo stress di “fare tutto giusto”. Dagli amatori ho
imparato l’entusiasmo, l’amore del far musica. Se c’è un errore
non è una tragedia, conta quello che dai, la passione con cui lo
fai. Con gli amatori ho vissuto delle emozioni che non avevo
provato in altri contesti. Anche la paura prima del concerto, la
famosa paura, loro la ammettono con candore, mentre i
professionisti la negano strenuamente, come se fosse una cosa di
cui vergognarsi. Sinceramente agli amatori credo di dovere
molto. Ed è cambiato molto, per me, il significato di quel che
faccio. Naturalmente come tutor ho dovuto lavorare duro, perché
c’è da lavorare, ma ne vale la pena. Ti trovi con una ricchezza
in più: lavori con le persone più varie, dal manager al chirurgo
al pilota d’aereo, in un ambiente internazionale. E’ gente che
spesso ha una grande conoscenza della musica, ma non
parlano
solo di quello.
In più, le differenze di età e di cultura si annullano. E c’è il
caso che, dopo aver lavorato tutto il giorno in orchestra, la
sera ci si incontri con gli spartiti per rifare dei passi, o per
fare musica da camera...
E’ vero che in Italia siamo molto indietro?
E perché?
Penso sia vero che
sulla pratica amatoriale in Italia siamo indietro. Ma stiamo
recuperando, anche se solo da pochi anni si è cominciato a
parlare di orchestre amatoriali. Quanto al perché siamo
indietro, mi pare che in Italia manchi il concetto
dell’importanza della musica nella cultura. Lo vedi anche nella
scuola: se vai in Germania, o anche in Svizzera, l’educazione
musicale è considerata importante per lo sviluppo dei bambini.
Per lo sviluppo motorio, per lo sviluppo sociale. Da noi non è
così. E in più c’è scarsa tradizione nella musica strumentale,
la tradizione semmai è rappresentata dal melodramma, dal
belcanto. Quando vado ai corsi per amatori all’estero, gli
italiani sono sempre pochi. Gli stranieri invece si mettono in
viaggio per seguire un corso di musica per amatori: ai corsi che
faccio in Toscana arriva gente da Hong Kong, da Israele, dalla
Cina, dagli Stati Uniti. In Italia sembra si faccia fatica a far
decollare questa dimensione del suonare per il piacere di
suonare.
Come vengono gestite nel mondo amatoriale le questioni legate al
livello qualitativo dell’esecutore, e dell’essere o meno
l’esecuzione pubblica lo scopo dell’attività?
Ci sono differenze. Alcune orchestre fanno audizioni. In molti
casi invece la politica è quella di accettare tutti. Questa è
l’esperienza che ho fatto io. Certo, c’è l’obiettivo della
“soddisfazione” del concerto conclusivo, ma l’obiettivo vero è
il percorso. L’obiettivo è lasciare a queste persone qualcosa
che possano ritrovare anche in seguito, andando a far musica con
altri. Come saper analizzare la partitura, imparare a leggerla,
imparare ad ascoltare e ad ascoltarsi, migliorare anche il
proprio livello strumentale attraverso le prove a sezioni. E per
alcuni, trovare il coraggio di tirar fuori le proprie
possibilità e le proprie qualità: anche fra gli amatori ci sono
quelli che “si buttano” e quelli che esitano. Il confronto fra
la prima prova – con tutte le paure di non farcela – e il
concerto finale è la misura del percorso, e spesso è
stupefacente. In più c’è uno straordinario spirito di
collaborazione. Certo, può capitare che il livello di qualcuno
sia più basso: ma è come se tutti si mettessero a disposizione
degli altri, chi è più indietro viene in qualche modo preso per
mano e condotto a fare qualcosa di più. Un
do ut des
meraviglioso.
Com’è il rapporto fra musicisti professionisti e amatori? C’è
una diffidenza da parte dei professionisti?
C’è tradizionalmente una distanza, ma i professionisti stanno
scoprendo, anche da noi, il valore del rapporto con gli amatori:
un rapporto che ti arricchisce. Personalmente, spesso alla fine
di un corso sento di aver più ricevuto che dato. Certo per il
professionista non è sempre facile fare il primo passo. Magari
si può pensare che ora c’è più disponibilità perché c’è meno
lavoro, ma questa è una cattiveria… Comunque, fatto il primo
passo, scopri che conosci gente nuova, interessante, fai nuove
amicizie: qualcosa che va anche oltre la musica. Oggi tanti
professionisti sono più disponibili a dare lezione a degli
amatori rispetto al passato. E magari a suonarci assieme.
Certo, all’inizio tutto
è cominciato per caso: lavorare con gli amatori non fa parte
della nostra cultura. Ancora una volta, all’estero è diverso:
l’amatorialità è radicata, c’è.
C’è nelle case, c’è nelle chiese, c’è nelle scuole per il
riconoscimento sociale dell’importanza educativa della musica,
fin da piccoli. Molti amatori hanno imparato a suonare nella
scuola primaria. Altri hanno cominciato da adulti, guidati dalla
curiosità. O magari da un partner che già suonava bene, e lo ha
indotto a cominciare: conosco un marito (tedesco) che ha
imparato ex novo a suonare la viola a 50 anni, per completare il
quartetto della moglie. Non suona benissimo, non importa, si
divertono. E conosco un padre che ha cominciato il violino a 40,
accompagnando il figlio a lezione col metodo Suzuki, che prevede
la presenza dei genitori.
Come giocano i nostri Conservatori in questo discorso?
Parlo come ex studente di Conservatorio. Personalmente ho amato
l’orchestra, e la musica da camera, perché le ho “respirate” e
conosciute attraverso mio papà fin dalla nascita e con la
fortuna di avere avuto poi dei fantastici insegnanti in
Conservatorio che hanno continuato a stimolare e coltivare la
mia passione per l’orchestra e la musica da camera. Ma purtroppo
non è sempre cosi. Spesso ti senti dire “L’orchestra fa male.
Salta pure la lezione d’orchestra, è meglio che studi il tuo
strumento” e così passa il messaggio che l’orchestra sia il
lavoro dei musicisti non riusciti, oppure che sei uno ”sciocco”
se studi i passi d’orchestra perché in orchestra “si deve fare
tutto a prima vista”... Se questi sono i messaggi, con che idee
cresci? Quanti allievi vanno a lezione d’orchestra di
malavoglia, con disinteresse? Quanto alla musica da camera, ai
miei tempi – adesso non so, sento dire sia cambiato – si faceva
solo dopo l’8° anno. Perché non prima? All’estero l’orchestra e
la musica da camera entrano molto presto nel percorso degli
studi. Suonare con gli altri è la cosa più impegnativa, e più
formativa. Se uno studia uno strumento e poi lo lascia per
seguire un’altra strada, ha comunque imparato che la musica
serve per saper stare insieme con gli altri.
Dove metteresti la linea di confine fra professionisti e
amatori?
Ci provo. Il professionista è quello che ha deciso di fare della
sua passione un lavoro. E quindi dovrebbe studiare
quotidianamente per mantenere e continuare a coltivare il suo
livello qualitativo. Faccio un esempio: Io sono appassionata di
fisioterapia, sono un “fisioterapista amatore”. I miei amici
dicono che io sia anche brava, ma non mi sentirei di farlo a
pagamento perché non ho le competenze che ha il mio
fisioterapista, professionista, che è colui che mi ha portato ad
appassionarmi a questa disciplina.
Quindi la discriminante non è la passione, è la remunerazione.
Perchè, quanto alla passione, conosco amatori che sacrificano
qualunque cosa pur di preservare il tempo che hanno deciso di
dedicare ogni giorno – magari un’ora – allo strumento. Mentre
spesso il professionista “studia” solo perchè ha una scadenza,
un impegno.
E’ vero, purtroppo, ci sono professionisti che la passione non
ce l’hanno più. Quindi la differenza fra professionista e
amatore sta proprio nel trarre il proprio guadagno dalla
musica...
Un momento: la differenza è solo che “ci campano”, oppure è che
gli amatori sanno fare un altro mestiere e i musicisti
professionisti no? Sarà allora che professionista è chi sa
“soltanto” suonare? Non è una domanda oziosa: la professione
musicale, almeno in Italia, si va restringendo. Ci sono molti
giovani che hanno ricevuto una istruzione musicale formale, a
tutto tondo, e non riescono a entrare nella professione. Sono
professionisti, o sono amatori anche loro?
Bella domanda. Sono musicisti, non c’è dubbio. Forse non è
possibile dare una risposta netta. Quando incontro, e avviene
spesso, amatori che hanno tanta passione per la musica, ne hanno
una grande competenza, ne hanno letto e ascoltato tanta, e in
più sono eccellenti professionisti nel loro campo: mi sento
quasi a disagio nel pensare che io so “solo” suonare. Forse alla
fine ti direi che il modo di fare musica degli amatori è
migliore, è preferibile. O almeno, rispetto al professionismo
inteso come: lo faccio per mantenermi. In più, gli amatori non
conoscono l’invidia e la maldicenza professionale (magari le
conoscono nella loro professione…) e non vivono i mille
condizionamenti che la professione ti impone.In
definitiva direi: non c’è un confine. C’è il
professionista amatore,
che ha scelto questa strada per la vita e ama quello che fa. C’è
il professionista che non ama quello che fa. C’è l’amatore che
può avere talvolta un livello anche professionale, che ama
suonare, ama la musica in generale, frequenta i concerti, non
perde un’occasione per fare musica con gli amici. E magari fa
una professione molto meglio pagata...
Certo quello che non c’è è l’amatore che non ama la musica… Ma
tornando ai Conservatori: dovrebbero avere corsi dedicati agli
amatori?
Sì. Perchè i musicisti amatori hanno diritto a studiare, e hanno
piacere a studiare. Ma la carenza principale è nella scuola
generale. I Conservatori, che sono l’istituzione musicale
pubblica per eccellenza, potrebbero creare dei “pacchetti” di
educazione musicale da mettere a disposizione delle scuole
primarie. Non è giusto che i genitori debbano andare in cerca
della scuola privata per far studiare musica ai loro bambini.
Ottobre 2019
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