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INTERVENTI

 

Considerazioni di un "gufo"
sulla Chiamata alle arti del cantiere Afam

di Sergio Lattes
 

Il “Cantiere Afam” (vedi notizia su aasp.it) ha prodotto un corposo documento (un pdf di 50 pagine), intitolato, con un calembour di sapore pubblicitario, “Chiamata alle arti”.
Questa nostra nota non può sostituire la lettura integrale del documento, che il lettore può scaricare qui>>. Si offre ora piuttosto una sintesi della sintesi compresa nel documento stesso fra le pag. 5 e 12 del pdf.
E qualche considerazione, del tutto personale.

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Ispirandosi forse un po’ al crowdsourcing di derivazione economico-aziendale (ogni sezione si conclude con l’enunciazione delle “Domande” ai futuri interlocutori) su questo documento verrà aperta “una fase di ascolto che ambisce ad essere ampia e attenta, e all’inizio del 2015 sarà elaborato un documento di policy con proposte di riforma per l’alta formazione artistica, musicale e coreutica” (pag. 49).

E’ un bel documento, ben scritto, con una grafica accattivante, bei colori, bel mestiere di comunicazione. Si apre con un titolo e una dichiarazione d’intenti atti a scaldare i cuori dei componenti il comparto Afam, frustrati da 15 anni di abbandono quasi totale: “L’investimento che l’Italia deve fare nella formazione di artisti e musicisti”. E quindi: “Siamo sempre stati il Paese dell’arte, della musica, del design, della bellezza. Con una lunga tradizione che parte dalle botteghe del Medioevo e del Rinascimento e arriva alle accademie e ai conservatori dei giorni nostri. Secondo stime recenti, la cultura varrebbe addirittura cinque punti percentuali di PIL, e il suo indotto, fatto di turismo, nuove imprese, localizzazioni straniere e investimenti esteri, frutterebbe 68 miliardi di euro ogni anno, offrendo lavoro ad oltre 1 milione e mezzo di persone (Fonte: Fondazione Symbola e Unioncamere, 2013). Eppure non investiamo abbastanza.

L’introduzione (7 pagine) è intitolata “Lo stato dell’arte” (altro gioco di parole) e si presenta come un indice ragionato delle successive 43 pagine. Una premessa di carattere generale indica l’Afam come “asset strategico dell’Italia nel mondo”, sul quale appunto non investiamo sufficienti risorse.

Forse sarebbe stato più chiaro ricordare i tagli selvaggi che negli ultimi quindici anni hanno ridotto il comparto al lumicino, e sopratutto indicare da dove si prenderanno i soldi, e quanti, per investire maggiori risorse. Ma per ora c’è l’intenzione, e di questo dobbiamo essere contenti.

Più sorprendente è l’approccio alla 508 ancora aperta. A pag. 49 si leggerà che “15 anni di tentativi non hanno mai prodotto una riforma” – il che non corrisponde esattamente al vero: la riforma c’è stata, i governi non hanno saputo/voluto completare i decreti attuativi. Vorrà farlo questo governo? Non sembrerebbe, visto che si dice (pag. 49) che “all’inizio del 2015 sarà elaborato un documento di policy con proposte di riforma per l’alta formazione artistica, musicale e coreutica”. Dunque si comincia tutto daccapo?

E ancora: a pag. 6 si legge che “la Legge 508 è rimasta in gran parte inattuata, gli obiettivi di quel progetto normativo non sono stati mai pienamente raggiunti, e si è invece di fatto realizzata una sorta di autonomia “controllata” che rappresenta il grande limite di questo comparto formativo”.

E’ vero: ma perché l’attuale governo non ha messo mano al regolamento sul reclutamento e sull’equilibrio territoriale del sistema (art.2 c.7 sub. a, b, d, e, g), che è la vera chiave di volta della 508 e giace misteriosamente da anni nei cassetti del Ministero? Non riguarda, questo regolamento, esattamente la razionalizzazione della distribuzione sul territorio e il reclutamento di docenti “selezionati attraverso meccanismi rigorosi e trasparenti, scelti sulla base dei loro meriti artistici e della loro capacità di trasmettere il sapere” invocati nelle pagine 9 e 10 della “Chiamata alle arti”?

Ma torniamo al nostro “stato dell’arte”, che è la presentazione di tutto il documento. Del quale la  prima parte riguarderà l’internazionalizzazione. Occorre andare alla conquista del mondo. “Esportare musicisti, coreografi, designer, stilisti, direttori d’orchestra, scenografi, fotografi, danzatori restauratori o educatori museali. Contaminarsi con le migliori storie ed esperienze straniere”. Servono istituzioni dinamiche, flessibili, molto autonome, non tutte eguali ma rispettose delle singole specificità. Via i vincoli ingiustificati, “amministrativi e non solo”.

I risultati siano valutabili e valutati, e la distribuzione delle risorse sia conseguente alla valutazione. Senza privilegiare chi è già privilegiato ma senza dare a pioggia prescindendo dal merito: occorre dare a chi fa meglio di prima.

Giusto, si può osservare. Ma nonostante il dettato della 508 il comparto Afam non è ancora entrato nel perimetro della valutazione esterna. Per farlo basterebbe il Regolamento di cui alla legge 508, art.2 c.7 sub i, e c.8 sub l .

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La seconda parte del documento, ci viene preannunciato, riguarderà l’offerta formativa, e il reclutamento dei docenti. Sulla prima, viene proposto di istituzionalizzare i corsi pre-accademici nei Conservatori, per offrire formazione adeguata fin dall’età più tenera. Nulla però viene detto sulla relazione fra questi corsi e il sistema dell’educazione musicale nella scuola, del quale purtuttavia s’invoca la diffusione. Continueranno i Conservatori a selezionare – su test che chiunque sa quanto siano fragili – una ristretta cerchia di bambini ipoteticamente dotati e predestinati all’Afam? O saranno chiamati, i Conservatori, a coordinarsi con l’educazione musicale diffusa nelle scuole, a indirizzo e non?

Ed eccoci alla questione-cardine: razionalizzare la distribuzione delle istituzioni Afam sul territorio, in modo che possano avere “ruoli e ambizioni diverse, ma tutte appartengano ad una unica rete in grado di facilitare gli scambi e le sinergie, evitare i doppioni, e offrire più facilmente una proiezione internazionale al sistema dell’alta formazione artistica musicale e coreutica, lanciando anche la formazione di terzo livello strettamente connessa con il mondo della ricerca”.

Appunto, quanto era nella 508 e non è stato attuato.

Come pure la proposta di riprendere l’idea di Politecnici delle arti”, già presente nella 508, per “facilitare la contaminazione tra le arti, e tra le arti e l'industria”.

Sul reclutamento dei docenti: in passato si è anteposto “il passato dei docenti al futuro degli studenti”. Occorre “maggiore autonomia e valutazione”. Le istituzioni “sono già piene di docenti di altissimo livello. Abbiamo bisogno, però, di non tollerare più le tante, troppe eccezioni che ancora ci sono”. “Ci serve la migliore squadra di “allenatori” del mondo: maestri di musica e arte selezionati attraverso meccanismi rigorosi e trasparenti, scelti sulla base dei loro meriti artistici e della loro capacità di trasmettere il sapere”.

Come già osservato, tutto questo sarebbe contenuto nel “regolamento mancante” (l.508/99, art.2 c.7 sub e), che anche l’attuale ministro ha tenuto nel cassetto.

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E siamo alla terza parte: sarà dedicata alla ricerca, alla connessione con i mondi d’impresa, alla costruzione della “domanda” di arte – cioè del pubblico. Viene di nuovo enunciata l’importanza dell’Afam in termini di nuova crescita economica del Paese, la possibilità di farne componente essenziale del made in Italy. La necessità di rafforzare il desiderio di autoimprenditorialità, di favorire le start-up anche in questi settori.

Viene ricordata la questione della presenza dell’arte e della musica nella scuola generale (già richiamata nel documento “La buona scuola” dei mesi scorsi): si creeranno così “cittadini sensibili e un pubblico domestico sempre più vasto e attento” e si potrà così ottenere che su arte e musica “nuovi imprenditori innovativi decidono di puntare, provando a costruire una nuova generazione di imprese che crescono nel mondo e contribuiscono a fare dell’arte, della musica e del design uno dei fattori centrali del posizionamento internazionale del Paese”.

Per la fine del documento vengono annunciate due domande “trasversali”: la prima riguarda la possibilità di “‘scalare’ e di ‘diversificare’ i differenti ranghi di qualità delle Istituzioni stesse. Si tratta di un processo funzionale a valorizzare al meglio ciascuno dei segmenti di questa potenziale diversificazione, e a facilitare possibili “divisioni del lavoro” rispetto alla missione che le diverse istituzioni potrebbero domani avere all’interno dell’unico sistema Afam.”

Bene è, certo, che lo si dica in questo documento. Certamente anche questo è oggetto del “regolamento mancante” di cui già si è parlato: un atto ministeriale (l.508/99, art.2, c.7, sub a, d, g)

La seconda “domanda trasversale” che troveremo riguarda la riconsiderazione dei confini dell’Afam, e la possibilità di ampliarli a “scienze che si occupano del gusto e della gastronomia” da un lato, e al cinema dall’altro.

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Questa è una sommaria sintesi dell’introduzione del documento (7 pagine). Segue una scheda descrittiva e storica sulle istituzioni (3 pagine) che comprende alcuni dati numerici, e in questo si ricollega idealmente all’Appendice (“I numeri dell’Afam”).

Quest’ultima riporta dati numerici che riguardano: gli iscritti, partitamente per pre-accademici, vecchio ordinamento, triennio, biennio; gli iscritti stranieri, egualmente ripartiti; il personale docente, ripartito per personale a tempo indeterminato, a tempo determinato, a contratto, e per genere; il personale non docente, egualmente ripartito.

Peccato, quanto ai numeri, che manchino quelli delle risorse investite, del loro andamento negli ultimi 10 o 15 anni, e sopratutto - come dicevamo all’inizio – delle risorse che si pensa d’investire, e dirottandole da dove.

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Questa nota l’abbiamo intitolata considerazioni di un gufo. In realtà è cosa molto buona che un organismo governativo si sforzi di fare una sintesi ampia su un settore che, come abbiamo detto tante volte, è stato abbandonato dalla politica per 15 anni – salvo forse la breve parentesi del sottosegretario Dalla Chiesa. Il fatto che nel documento si incontri un certo tono entusiastico sembra una sigla dell’attuale stile di governo: può piacere o no, ne va preso atto. Più perplessi lascia un certo atteggiamento di palingenesi/tabula rasa, cominciamo tutto daccapo – che rischia qualche volta di far scoprire l’acqua calda. O di far dimenticare le cose che si possono fare, e subito.

Per esempio, forse sarebbe più sensato prima insediare il Cnam e completare la 508, assumendosi le responsabilità politiche connesse e spinose (la distribuzione territoriale, l’accorpamento delle istituzioni, la differenziazione dei loro ruoli, la definizione dei meccanismi di reclutamento). Quale governo se non questo potrebbe avere la forza di farlo?

E, dopo, avviare la consultazione per una verifica e una eventuale revisione della legge di riforma. Altrimenti, a ricominciare tutto daccapo ogni volta, si rischia di restar fermi.

Mi sembra però che questo tipo di considerazioni da qualche tempo venga attribuito ai gufi. Pazienza. Come si dice, ce ne faremo una ragione.

E ora non vi resta che leggere il documento.

dicembre 2014

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