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INTERVENTI

 

L'Aquila, un Conservatorio ri-nato

Conversazione con Giandomenico Piermarini


di Sergio Lattes
 

Giandomenico Piermarini, professore e concertista d'Organo, organista nella Basilica di S. Giovanni in Laterano di Roma, ingegnere elettronico, è direttore del Conservatorio dell'Aquila dal 2013. E' quindi il successore dello “storico” direttore Bruno Carioti che si trovò a gestire la drammatica fase del terremoto nel 2009, con l'abbandono forzato della sede storica, la migrazione, la rinascita. Dopo la nostra conversazione, Piermarini mi ha portato in giro per il Conservatorio: solo un occhio esperto può rendersi conto che si tratta di un prefabbricato, tirato su in soli quattro mesi, subito dopo il sisma. Ciò che il profano vede è un bell'edificio moderno, luminoso, colorato, funzionale, adagiato su un pendìo con due ali che vanno a formare una cavea, allestita a gradoni: un auditorium all'aperto. Ma subito a fianco dell'edificio si trova un piccolo, stupefacente auditorium vero e proprio, tutto di cartone. E' un dono del governo giapponese dopo il terremoto. La struttura è interamente fatta di tubi di cartone, un brevetto appunto giapponese: estetica gradevole, bellissima acustica. Nell'insieme, il Conservatorio “prefabbricato” dà al visitatore la stessa idea che egli riceve dalla città: ferita, ma con una forte determinazione a riprendersi, e presto.

Piermarini è un ingegnere elettronico che fin da bambino ha sognato di fare il musicista, e si considera fortunato di esserci riuscito: al tempo in cui si è laureato (come forse anche oggi) era molto più facile trovar lavoro come ingegnere. E' stato all'estero, in particolare negli Stati Uniti, e questo lo rende in linea di principio favorevole alla riforma 3+2, nonostante egli ami professarsi conservatore. Ma, dice, è così dappertutto. Il problema nostro è che non è stata fatta la riforma della formazione musicale nella fascia pre-accademica, e più in generale che si vogliono fare le riforme senza investimenti, il famoso costo-zero. “Ci sarebbe bisogno di un investimento cospicuo da parte del governo” dice. Viceversa, il rischio di una involuzione del sistema è inaccettabile. “Significherebbe buttare a mare una tradizione italiana che in passato ha dettato l'agenda a tutta l'Europa, e se anche da circa un secolo non è più così, questo non vuol dire che si debba rassegnarsi a un declino”.

“Resta e permane la necessità di diffondere in modo capillare sul territorio una istruzione musicale”, è la sua risposta alla domanda su quale sia il punto critico della riforma. “La diffusione delle scuole a indirizzo musicale e dei licei musicali non è avvenuta, e ci vuol poco a capire che per farla occorrerebbe investire. Se il Conservatorio non comprende più tutto il curricolo verticale, che verrebbe disseminato sul territorio, occorre intervenire su tutti i gradini della formazione, e questo vuol dire appunto investire. Se fossero date queste condizioni, il Conservatorio potrebbe realmente ritrarsi alla fascia ordinamentale, magari conservandosi la fascia alta dei pre-accademici” (il cosiddetto Junior Department, come previsto dal documento della Conferenza dei direttori).

Le carenze della formazione musicale nella fascia pre-accademica si fanno particolarmente sentire in un territorio difficile come quello dell'Aquila, “dove venti o cinquanta chilometri sono chilometri di montagna, e c'è una sola autostrada. Non si può pensare che un ragazzo faccia distanze del genere ogni giorno, magari con la neve, per frequentare una scuola media o un liceo musicali nel capoluogo. Dovrebbe avere queste possibilità vicino a casa”. Il ruolo del Conservatorio ne viene di conseguenza: si può fare due volte alla settimana un viaggio che non si potrebbe fare ogni giorno. E' quindi logico che la maggior parte degli accessi al Triennio provenga dal pre-accademico del Conservatorio medesimo.

Con il liceo musicale – a L'Aquila ce n'è uno – ci sono naturalmente rapporti e convenzione, gli studenti fanno attività con il Conservatorio, ricevono momenti di formazione e di confronto che saranno utili per quelli di loro che poi entreranno. Ma si tratta, per le ragioni sopra dette, di studenti solo della città; e comunque spesso dovranno ricevere un'integrazione di formazione perché la prassi esecutiva nel liceo non può avere il peso che ha e deve avere in Conservatorio.

Come pure ci sono rapporti con molte scuole private che operano sul territorio, e che hanno nel Conservatorio il loro punto di riferimento. “17 scuole sono convenzionate, seguono i programmi dei corsi pre-accademici e i loro allievi vengono a fare le loro prove di certificazione in Conservatorio. Certo è un lavoro di lunga lena, non tutte le convenzioni vanno bene, occorre che il territorio sia fertile e che i docenti siano bravi. Bisogna distinguere, verificare; ma poco alla volta il sistema si costruisce”.

Un'altra caratteristica del Conservatorio in una città relativamente piccola è il suo ruolo a tutto campo. “E' inevitabile che in una situazione del genere il Conservatorio assuma un ruolo di leader per tutto ciò che riguarda la musica, sia sul versante della formazione che su quello della produzione. Ed è punto di riferimento anche per le istanze più disparate: recentemente mi hanno scritto per un aiuto a formare la fanfara dei Bersaglieri”, racconta. Oltre alla propria attività formativa istituzionale l'istituto è interlocutore privilegiato per le scuole. Ed è centro di produzione musicale per la città: ogni giovedì c'è un concerto (I giovedi del Casella), ci suonano i docenti e anche gli studenti, anzi la compresenza docenti-studenti viene particolarmente valorizzata.

Chiedo come vede la questione del reclutamento, uno dei nodi irrisolti della riforma – forse il più delicato. La sua risposta non differisce da quelle che ho raccolto dagli altri direttori con cui ho parlato: non si può chiederci di essere valutati come istituzione, e non darci autonomia nella scelta dei docenti. I ragazzi invece, quelli sì che scelgono: “abbiamo tanti studenti che vengono con le idee ben chiare perchè sono interessati a quel professionista, e se per caso i meccanismi ministeriali ci portano a perderlo, perdiamo anche gli studenti.”

Infine, la questione dei generi musicali. Il Conservatorio, si sa, ha istituzionalizzato da tempo il Jazz – e non come declinazione dei curricoli strumentistici già esistenti ma come corso di diploma a se stante. Ora alle porte premono il Pop e gli altri generi “moderni”, tant'è che l'Associazione europea dei Conservatori e delle Accademie di musica ha un settore specifico dedicato al settore. Su questo argomento Piermarini è prudentemente possibilista. Non esclude affatto che il Conservatorio possa aprirsi a questi generi: “deve aprirsi, per forza: con questa musica ci si lavora”. I grandi del Pop e del Rock oltre che del Jazz, dice, avevano una solida preparazione musicale. E cita Chick Corea, Keith Emerson.

La sua preoccupazione però è che il Conservatorio preservi i profili della tradizione che gli sono propri. E preservi la musica d'arte, e la musica di ricerca. Anche perché la tradizione comprende strumenti musicali che andrebbero altrimenti perduti. A questo proposito, mi dice, ci sono docenti del Conservatorio che, oltre al loro lavoro istituzionale, si occupano di organizzare incontri con gli studenti delle scuole per far conoscere quegli strumenti che altrimenti non avrebbero alcuna occasione di incontrare. E chissà, vedendone uno da ragazzino, qualcuno potrebbe ricordarsene al momento di fare la sua scelta.

 

novembre 2015


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