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Intorno a un articolo di Alex Ross sul Guardian

La musica di oggi aiuta a capire quella di ieri

di Massimiliano Damerini
pianista, docente di Conservatorio


 

Ho molto apprezzato Ross. Questa sua frase finale merita una grande attenzione: “Familiarizzarsi con compositori quali Berg e Ligeti porta a scoprire nuove dimensioni anche in Mozart e in Beethoven: e ciò vale sia per il pubblico che per gli esecutori.”

Questa credo sia la strada giusta, per chi ascolta e per chi esegue.
Parlo da esecutore, perché questa è la mia esperienza. Riflettiamo per un attimo al contrario: diciamo che io noto nelle composizioni non contemporanee dei riferimenti a me familiari (uno spunto melodico, le armonie tradizionali di cui posso seguire facilmente l'evoluzione...) mentre nell'altra musica fatico a trovare riferimenti (non c'è una melodia, non c'è uno sviluppo armonico propriamente detto): mi devo quindi sforzare per trovarli (lavorerò sulle forme, sulle strutture, sul linguaggio usato, sulla timbrica, ecc.): dunque perché non posso partire da questi ultimi elementi per studiare un autore classico o romantico?  Effettivamente si scoprono bellezze e procedimenti che forse ci venivano negati dalla familiarità  un po' superficiale con la "bella melodia".

Prendiamo il caso di Beethoven, che raramente scrive una "bella melodia": l'inizio della Quinta è un "segnale" ritmico, ma anche la "partenza" del Concerto per violino sono cinque colpi di timpano, l'inizio dell'Appassionata è un arpeggio di fa minore... c'è ben altro dietro l'accarezzamento delle orecchie. Anche l'ascoltatore dovrebbe "disturbarsi" a cercare cose meno frivole, ma non è facile senza un'approfondita analisi. Indubbiamente una ragione molto forte sta nel fatto che il nostro cervello recepisce con facilità qualcosa di nuovo solo se può "confrontarlo" con un'esperienza precedente, e avere così un punto di riferimento.

Io credo che nelle arti figurative e nell'architettura ci sia comunque un rapporto di fruizione diversa. Ross parla giustamente di tempi diversi di fruizione tra chi passeggia in un museo e chi è "costretto" a stare seduto in teatro. Se passiamo le nostre giornate in un edificio costruito da poco, al di là del valore architettonico intrinseco, magari le prime volte non ne saremo entusiasti, poi a poco a poco, continuando a viverlo giorno dopo giorno, diventerà abitudinario, quindi più semplice da accettare. Con qualche pezzo storico del Novecento i muri sono caduti: si pensi al "Sacre" o a "Petruška" di Stravinskij, oppure (sempre per citare Ross) basta "abbinare" i suoni inconsueti a delle immagini. La genialità di Kubrick che usa Ligeti per "2001" fa parte della storia. Io stesso lo cito sempre come esempio chiarissimo: perchè lo spettatore medio accetta "Lux aeterna", "Atmosphères" o "Requiem" se sotto ci sono le immagini di Kubrick, e non lo accetta (o comunque lo accetta meno) in un concerto? Purtroppo in un'epoca in cui le immagini la fanno da padrone, c'è poco spazio per l'immaginazione. Consideriamo inoltre, a ulteriore complicazione, che il pubblico delle mostre d'arte, anche capendoci poco, sa che è importante essere presente alle novità: fa moda, fa tendenza, mentre il pubblico della musica è sempre stato tradizionalista.

Non so se ci sia una risposta a queste domande, l'argomento è straordinariamente complesso. Il ragionamento di Baricco è anche apprezzabile, quando dice che la costruzione dei programmi di concerto a sandwich, col brano contemporaneo a metà per evitare che la gente fugga dalla sala, e che abbia una relazione "storica" con gli altri autori della serata, non è una soluzione positiva del problema. Però non lo è nemmeno "ghettizzare" la musica contemporanea. Per decenni le stagioni si sono mosse strizzando l'occhio al pubblico, ovviamente per riempire la sala. Dal momento che la musica contemporanea (un po' per motivi culturali, spesso per le sovvenzioni) andava eseguita, c'erano alcune serate dedicate alla bisogna, più che altro per mettersi a posto la coscienza. Risultato: concerto tradizionale sala piena, concerto contemporaneo sala vuota. Quindi secondo me non è del tutto sbagliato inserire a piccole dosi i brani ostici a metà serata, magari commentandoli in maniera vivace al pubblico, come ha fatto Gilbert a New York. 

febbraio 2011

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