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Intorno a un articolo di Alex Ross sul Guardian

Ma in Italia c'è un handicap in più

di Oreste Bossini
giornalista, conduttore di Radio3


 

L’articolo di Alex Ross “Per chi suona la musica colta”, pubblicato da la Repubblica l’8 gennaio scorso, ha colpito l’attenzione non solo degli amanti della musica, ma anche di persone in genere meno interessate alle forme espressive sonore. Ross, in maniera come al solito molto brillante, mette in luce un ritardo indiscutibile della musica del Novecento rispetto al consumo culturale del pubblico medio di oggi, chiedendosi perché il canone artistico contemporaneo non conferisca ai compositori la stessa dignità ormai ampiamente riconosciuta a pittori, scrittori, registi cinematografici, danzatori eccetera. L’esperienza di parenti o amici che non sopportano anche le più blande espressioni di musica contemporanea (Ross la definisce “classic modern music”) è talmente diffusa da rendere il tema certamente fondato e attuale, anche se la mia impressione è che questa tesi non sia stata esposta alla stessa maniera in tutti i paesi occidentali. Nel celebre episodio intitolato Vacanze intelligenti (1978), per esempio, la graffiante satira di Alberto Sordi colpiva con la stessa impertinenza tanto la musica contemporanea quanto l’arte concettuale in voga sul finire degli anni Settanta. Dubito che fuori dall’Italia, tanto per rimanere nel clima culturale dell’epoca, il grido liberatorio di Paolo Villaggio “La Corazzata Potëmkin è una boiata pazzesca!” avrebbe conquistato in maniera così immediata i cuori degli spettatori, rappresentando la bandiera del ritorno all’ordine dopo un paio di decenni di feconda e dispersiva anarchia artistica.

 

L’analisi di Ross tocca un ventaglio molto ampio di argomenti, troppi forse per riuscire a ordinare il ragionamento in un percorso del tutto coerente. Risulta incomprensibile, per esempio, come mai il pubblico della New York Philharmonic sia così urtato dalla musica di Alban Berg all’inizio dell’articolo, per poi diventare uno straordinario ammiratore di quella altrettanto indigesta di Ligeti, Varèse o addirittura Magnus Lindberg nella parte finale. Qualcosa non torna, ma del resto le eventuali contraddizioni dell’autore non inficiano la sostanza della questione, che resta un problema serio, soprattutto in un paese come l’Italia, dove la musica sconta da secoli una condizione subalterna rispetto alle altre arti.

 

Il buon senso, come spiega benissimo lo stesso Ross, indica che una certa dose d’investimenti nel settore educativo e nella comunicazione piegherebbe con dolcezza la resistenza del pubblico nei confronti del linguaggio musicale moderno. Nel nostro sistema musicale, purtroppo, gli esempi di questo tipo sono rarissimi, a dispetto del loro indiscutibile successo. L’attività educational del Parco della Musica a Roma, per citare uno dei pochissimi esperimenti nel nostro paese, ha avvicinato con successo migliaia di persone a musiche del nostro tempo della più svariata provenienza. Anche se per magia si creassero i fondi mancanti, tuttavia,  questa attività probabilmente non si farebbe, perché i primi a nutrire incrollabili pregiudizi verso la musica moderna sono gli stessi organizzatori della vita musicale. La maggior parte di loro non sa nulla della musica appena al di là del repertorio, non manifesta mai una qualche curiosità per autori e lavori che non siano già certificati dalla Storia, non osa e forse nemmeno desidera discostarsi dai gusti del pubblico che dovrebbe formare e servire.

 

A parte il buon senso, però, un punto dell’analisi di Ross andrebbe forse approfondito meglio, perché rischia di generare una serie di equivoci. I concetti di classico, moderno o contemporaneo appartengono a categorie estetiche e storiche, che si possono applicare alle opere e agli autori, ma non alle forme della loro rappresentazione. Una tela di Picasso o di Pollock rimane inalterata, anche nel quantum di modernità che essa possiede, sia che venga esposta nel Museo Guggenheim di Bilbao, sia che resti chiusa nel caveau di una banca al riparo di ogni sguardo. La partitura di Schönberg o di Luigi Nono, viceversa, esiste come opera d’arte solo nel momento della sua effettiva esecuzione e ogni sua qualità estetica, storica e filosofica si manifesta esclusivamente all’interno di una dimensione sociale. La poesia e le arti visive a volte si mescolano alla musica, quando assumono la forma rappresentativa della performance. Tuttavia la loro natura rimane diversa da quella della musica, che si esprime solo e sempre nella forma del concerto e dello spettacolo. Il museo e lo spazio espositivo sono forme sociali, non l’opera d’arte che essi contengono, mentre il concerto e la musica eseguita coincidono in maniera assoluta. Per tracciare un’analogia autentica tra il lavoro di un pittore come Mark Rothko e un compositore come Morton Feldman, bisognerebbe che esistesse una sorta di museo della musica, dove ogni giorno venisse eseguito un lavoro di Feldman. Questo naturalmente non è possibile, quindi in realtà non sembra sportivo pretendere dalla musica di gareggiare con le altre arti portandosi sulle spalle il fardello di un handicap così pesante come quello della complessa organizzazione sociale necessaria al suo respiro artistico. Il ritardo segnalato dall’articolo di Ross riguarda peraltro solo la problematica fortuna della musica del Novecento sul pubblico, non la capacità della musica di esprimere o meno la modernità sul piano artistico. Questo discorso ci porterebbe però lontano dall’articolo di Ross, che merita in ogni caso di essere ringraziato per aver riportato la musica all’attenzione del mondo della cultura. 

febbraio 2011

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