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INTERVENTI

sei in: INTERVENTI>OSSERVAZIONI DI GIUNIO LUZZATTO

Le interviste a giovani musicisti che hanno partecipato al progetto Working with Music (già pubblicate qui>>) sono successivamente confluite in un volumetto (Giovani che vanno all'estero, a cura di Sergio Lattes e Lucia Di Cecca) edito dal Conservatorio di Frosinone, capofila del progetto.

Nel volume ai colloqui con i giovani protagonisti sono affiancati i commenti di autorevoli esperti, fra i quali Giunio Luzzatto, uno dei massimi esperti di organizzazione del sistema educativo.

Con il consenso dell'autore pubblichiamo qui il suo contributo al volume. Il libro può essere richiesto scrivendo a international@conservatorio-frosinone.it.

 

Qualche osservazione sulle interviste
ai protagonisti di "Working with Music"

di Giunio Luzzatto

 

Non so quanto le brevi osservazioni di un “esterno” possano essere utili a chi nei Conservatori italiani si occupa delle questioni connesse al progetto Working with Music. Posso dire però che l’esame delle interviste a chi ha fatto tale esperienza è stato di grande interesse per me, e ringrazio chi, chiedendomi questo intervento, me ne ha dato l’opportunità.

Un tratto comune, in tutte le interviste, è una grande soddisfazione per l’esperienza compiuta. Questa però non è espressa in modo generico, né attraverso l’esaltazione di tutti gli elementi presenti “altrove” rispetto alla realtà italiana. Dall’una e dall’altra parte delle Alpi vengono individuati, ovviamente con indicazioni non sempre identiche da parte dei diversi protagonisti, virtù e vizi.

Tra tutti coloro che hanno svolto il tirocinio nei paesi dell’Europa del nord e occidentale è, in ogni caso, assolutamente generalizzata la convinzione che la situazione offra, nelle realtà straniere incontrate, opportunità di lavoro qualificato, e perciò di affermazione professionale, nettamente maggiori che nel nostro paese. E non si tratta solo di un quadro migliore nell’economia complessivamente considerata: viene spesso rilevato quanto sia maggiore lo spazio destinato alla musica e alle relative attività nell’atteggiamento generale dell’opinione pubblica e delle istituzioni, così come l’apprezzamento per chi le svolge professionalmente. Si rileva, inoltre, che vi è un salto di “etica civile”: per farsi strada conta il merito e non (o, comunque, molto meno) l’avere gli agganci giusti.

Queste considerazioni stimolano una riflessione un po’ paradossale. Le esperienze all’estero determinano un considerevole aumento della probabilità che i nostri giovani musicisti, esperienza dopo esperienza, all’estero poi ci rimangano; varie testimonianze degli interessati lo confermano. E allora, vi è da domandarsi se sia davvero opportuno favorire iniziative che incrementano la fuga dei talenti, con l’Italia che semina investendo sulla formazione e altri che raccolgono i frutti: per noi, perdita secca, economica oltre che sociale e civile. In altre parole, con programmi come questo stiamo facendo un autogol? Per evitarlo, la risposta non può ovviamente essere quella della chiusura delle frontiere; dovrebbe essere invece, in termini generali, l’offerta in Italia di opportunità lavorative paragonabili a quelle che i nostri diplomati trovano altrove, e dovrebbe anche essere, per ciò che riguarda specificamente i progetti di studio e lavoro all’estero, una forte sollecitazione affinché i fondi europei determinino flussi non a senso unico, bensì nei due sensi. Attualmente gli “ingressi” sono invece molto scarsi, e ciò non è inevitabile poiché l’ambiente musicale italiano, non solo per il suo retaggio storico ma anche per l’attuale sua realtà, potrebbe essere attrattivo se fosse adeguatamente organizzato e promosso.

Con equilibrio, anche gli intervistati più critici segnalano infatti che molti elementi del sistema che li ha formati sono positivi. A quanto - da inesperto - ho potuto comprendere, nel confronto con altri Paesi la formazione “solistica” dei nostri Conservatori fa senz’altro una bella figura, mentre lo fa molto meno la preparazione per le attività di accompagnamento o di insieme; una tesi che appare del tutto convincente per chi, nell’università e in altri contesti, ha sempre verificato che la prevalente caratteristica del sistema italiano è costituita dalla scarsa propensione per il lavoro di gruppo, quando non addirittura dal mero individualismo.

Un rilievo particolarmente interessante mi è sembrato quello di una intervistata che segnala la grande attenzione, nei Conservatori di Londra, alla valorizzazione - in termini quasi industriali - di tutto ciò che ivi viene fatto o prodotto, anche con la ricerca di sponsorizzazioni. Ciò, ovviamente, aumenta per i giovani la possibilità di successivi inserimenti lavorativi.

*******

Queste poche osservazioni mi inducono a lanciare una proposta-provocazione: il prossimo progetto europeo, How to prepare to work with Music, deve essere l’organizzazione di tirocini professionali all’estero per i responsabili dei Conservatori italiani. Sembra di capire che essi dovrebbero comprendere, dal confronto con esperienze altrui, non tanto come far svolgere meglio l’insegnamento degli strumenti -per il quale andiamo già bene- ma come finalizzare meglio tutta l’attività delle loro istituzioni, rendendola meno autoreferenziale.

Ciò significa, ad esempio, considerare con molta attenzione, nell’impostazione dei curricoli, lo sviluppo di quelle attività musicali per le quali, nella concreta realtà del paese, vi sono più significative possibilità di sbocchi occupazionali per i diplomati. Ciò significa, ancora, porre attenzione a fornire quelle “competenze trasversali”, non specificamente disciplinari, la cui carenza -in ogni settore- viene sistematica lamentata da tutti i datori di lavoro e da tutti coloro che in Italia studiano il rapporto tra formazione e impiego. Cito una sola di tali competenze: i Conservatori si sono posti il problema di preparare alla “autoimprenditorialità”, forniscono cioè agli allievi strumenti che consentano loro di valorizzare al meglio le proprie capacità nel mercato professionale, assumendo anche iniziative proprie anziché limitarsi alla mera attesa di offerte altrui? Pongo la questione in termini interrogativi perché non ho tutte le conoscenze che consentano una risposta; posso però dire, documentatamente, che nel sistema parallelo alle istituzioni AFAM, quello universitario, un impegno nello sviluppo di competenze trasversali è, purtroppo, quasi inesistente.

A partire da interventi di disseminazione degli elementi del “Processo di Bologna”, curati da un gruppo al quale i Conservatori partecipano attivamente, fino a progetti come Working with Music, nell’intero sistema della formazione superiore non mancano iniziative che stimolano a un forte confronto nel quadro europeo. Nelle università, e credo di poter dire anche in AFAM, queste finora sono però quasi sempre attività di nicchia; sono magari apprezzate, ma non vengono fatte proprie dalla istituzione nel suo complesso, e in particolare dai vertici di essa, per acquisirne organicamente gli apporti al fine del proprio miglioramento. L’obiettivo, ora, deve essere quello di uscire dalle nicchie.

luglio 2013

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