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L'alta formazione musicale in Italia

INTERVENTI

 

L'ottimismo della ragione

A colloquio con Flora Gagliardi, direttore del Conservatorio di Firenze


d
i Sergio Lattes  



Pianista, attiva come solista, camerista e maestro collaboratore, Flora Gagliardi si è anche laureata in Filosofia e specializzata in Psicologia. Ha studiato Musicoterapia alla Scuola di Assisi e
poi operato come responsabile e conduttore dell'attività di Musicoterapia per l'Azienda USL 5 di Pisa. Svolge attività come terapeuta e come musicoterapeuta, ed è formatore in ambito terapeutico. Si è impegnata inoltre come consulente pedagogico, formatore e coordinatore in progetti di teatro-scuola. E' stata docente presso le SSIS e presso le Università di Sassari e Pisa. Si occupa anche di drammaturgia musicale per ragazzi. Fra i suoi molti talenti anche il diploma di sommelier professionista.
Nel giugno 2012 è stata eletta direttore al Conservatorio di Firenze, dove insegna Lettura della partitura, dopo esserne stata vicedirettore e responsabile del "sistema di gestione della Qualità". 


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Come vedi  il sistema dopo un anno di direzione?

Per come è pensato, il nostro sarebbe un modello interessante, e condivisibile a livello non solo nazionale ma europeo. Ma non è uniforme sul territorio. Ci sono disomogeneità, sul piano formativo ed educativo, che fanno sì che non si proietti all’esterno un modello unitario. E non sto facendo il solito discorso nord-sud. Ci sono eccellenze tanto a nord che a sud, ci sono problematiche, anche gravi, a nord come a sud. In generale penso che l’autonomia dovrebbe svolgersi in una cornice unitaria e condivisa.

L’altro problema è quello della precarietà della gestione politica:  la mancanza di continuità politica – e non parlo di questo o quello schieramento - comporta discontinuità nel governo delle istituzioni. Basti citare che stiamo aspettando da otto anni il secondo DPR, il regolamento definitivo del funzionamento del sistema AFAM.

La discontinuità di governo riguarda tutti. Invece si ha spesso la percezione di una particolare fragilità del nostro comparto.

La debolezza specifica discende dal fatto che il sistema non ha una struttura coerente. L’alta formazione non ha alimento, manca “storicamente” una struttura di base solida che si raccordi con l’alta formazione.

Ci sono un po’ dovunque i corsi pre-accademici...

Sì, ma intanto sono gestiti singolarmente da ogni Conservatorio e quindi anch’essi disomogenei. Certo, sono una garanzia di lavoro per i docenti, e di una formazione competente per gli studenti, vista l’esperienza storica dei docenti di Conservatorio. Però non sono sufficientemente istituzionalizzati, e quindi uniformati e condivisi.

Al di là di questo, ciò che manca – e non sembra che sia neppure all’orizzonte – è il curricolo sistematico scuola media a indirizzo-liceo musicale-alta formazione. La logica della legge 508 presupponeva questo tipo di struttura del curricolo. I corsi di base dei Conservatori, o pre-accademici che dir si voglia, sono solo una supplenza a questa carenza di fondo dell’ordinamento, una fase transitoria. Anche se sono fatti con grande accuratezza, facendo tesoro dell’esperienza dei docenti, e anche laddove godono di ottima salute: per esempio, quest’anno a Firenze abbiamo avuto un fortissimo incremento della domanda. Ma resta il problema di fondo: questa “alimentazione” del sistema è del tutto insufficiente all’alta formazione, che così rimane ristretta in numeri esigui. E resta lontano l’obiettivo di fare dei Conservatori degli istituti di sola alta formazione.

Dell’idea di una diffusione massiccia e sistematica della musica nel curricolo scolastico italiano sento favoleggiare da quando ero ragazzo. E’ certo un obiettivo epocale, ma oggi mi sembra una meta alquanto utopistica. A parte questo, però, mi sembra anche che la maggioranza dei docenti di Conservatorio sia poco propensa a “cedere” ad altri docenti le fasi iniziali dello studio. Anche se questi altri docenti non sarebbero poi che i loro stessi diplomati....

E’ il discorso della continuità didattica, la consuetudine radicata a “crescerci” i nostri studenti; ed è difficile rinunciarci. Ma in realtà già l’alta formazione ci impone di scomporre le competenze in più discipline e perciò più docenti, e così il panorama didattico sta cambiando profondamente.

In generale, noi non siamo abituati all’idea di una formazione musicale che sia insieme diffusa e seria. In Toscana per esempio la popolazione delle scuole musicali private raggiunge i 30.000, e sono tanti, ma persiste la separazione fra educazione amatoriale ed educazione formale. Nel resto d’Europa questa distinzione non c’è, l’educazione generale è molto più vicina a quella formale. Cito per fare qualche esempio la formazione corale fin dall’inizio, la formazione strumentale, la formazione ritmica. Da noi è lasciata al singolo (o meglio alla famiglia) la decisione di accedere all’educazione “formale”, cioè al Conservatorio o ad altra scuola specialistica. Si fatica a comprendere una educazione (musicale) generale ben fatta, con caratteristiche pedagogicamente rigorose.

Nei fatti però, la continuità didattica assoluta è molto rara, la maggior parte degli studenti per una ragione o per l’altra cambia docente nel corso degli anni. Ma a parte questo, la tradizione didattica conservatoriale sarebbe disponibile a un modello pedagogico basato sulla diffusione territoriale delle scuole medie e dei licei ad indirizzo musicale?

Personalmente ritengo che i docenti dovrebbero essere formati e specializzati per settori. Un docente di strumento, o di composizione, non può o non dovrebbe occuparsi di tutto il curricolo verticale, dall’inizio alla fine del percorso. Il curricolo andrebbe suddiviso per competenze. Il problema però è di averle, le competenze. Si comincia a fare qualcosa in questa direzione nel Biennio didattico, ma per il resto è difficile che un docente – e mi ci metto per prima – che ha cominciato negli anni ’70 o ’80 ed è abituato alla continuità del curricolo didattico, sia disponibile a un cambiamento così radicale della modalità d’insegnamento. C’è un problema di formazione, di “riforma dei docenti”.    

Questo discorso mi porta a una domanda che pensavo di farti alla fine. Tutto il percorso della riforma iniziato nel 1999 ha riguardato essenzialmente l’”ingegneria curricolare” o anche il concreto della didattica? Sono cambiate le etichette o c’è stato un rinnovamento reale?

Ha riguardato le strutture. La forma è giusta, ma è ancora una sagoma sulla carta. E’ un contenitore, che potrebbe essere funzionale ma manca di un metodo di lavoro corrispondente e adeguato. O, in altre parole, il contenitore è cambiato ma il contenuto stenta ad adattarsi a questa nuova struttura. La didattica andrebbe indirizzata verso un nuovo tipo di formazione, meno finalizzata ai programmi d’esame e più alla formazione globale dello studente di musica. Una formazione che si specializzi via via, lungo il percorso, piuttosto che essere per così dire specializzata fin dall’inizio.

Sta qui, credo, la differenza di fondo: con il vecchio modello la specializzazione è imposta fin dall’inizio, è spesso prematura. Comunque manca di un supporto di carattere generale e culturale, e conduce piuttosto verso una figura di artigiano che non di artista. Il nuovo modello formativo, se fosse applicato coerentemente lungo il curricolo, porterebbe a una formazione artistica, a una “mente artistica” più larga, di maggior respiro, più capiente se vogliamo dir così.

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Così stando le cose, qual è oggi la “missione” di un Conservatorio di musica?

E’ una domanda difficile, perché gli obiettivi sono abbastanza confusi. Da una parte ci troviamo tuttora a formare eccellenze musicali, e il nostro tipo di formazione ci sembra adeguato a questa missione. Dall’altra ci troviamo a confrontarci con un tipo di competenza più allargata ma meno accurata, con un abbassamento di obiettivi e motivazioni – sia sul piano sociale che su quello culturale rispetto ai modelli che avevamo venti o trent’anni fa. Come è avvenuto nella scuola generale, anche in Conservatorio l’educazione è diventata meno selettiva. Il che per alcuni aspetti è anche positivo, ma è problematico per la formazione del musicista di professione.

Si tratta appunto di definire a cosa serve un Conservatorio. A formare musicisti, a formare un pubblico competente, a surrogare le carenze dell’educazione generale?

Lo scopo è di formare musicisti, e aggiungo di musicisti che siano competitivi a livello internazionale: formare professionalità alte. Il nostro insegnamento è intrinsecamente selettivo, non si può far credere che chiunque possa farlo, non avrebbe senso. Dobbiamo formare musicisti, e anche persone in grado di fare una divulgazione competente. Dico competente: non si può essere storici della musica, per fare un esempio, se non si conosce profondamente la musica. E’ evidente che non tutti i nostri diplomati sono destinati alla carriera concertistica, ma il livello degli studi che ha fatto in Conservatorio deve garantire competenze che possono essere poi spese in vari modi.

E la formazione di quella figura, più familiare in altre culture che non da noi, di un eccellente strumentista che però di professione fa l’avvocato, o lo scienziato, o l’ingegnere e così  via?

Anche questa figura è importante, e cominciano ad essercene. In questo caso la formazione riesce a mettere in campo tutte le risorse di una persona, senza esclusioni. A dare voce alle diverse intelligenze che ognuno di noi ha, senza definire a priori quale competenza sia svolta a titolo professionale. Questa è una scelta che compete poi al singolo, senza che una delle due debba essere considerata amatoriale o subordinata.

Questo tipo di persone sono poi le più incidenti dal punto di vista sociale, perché sono portatrici di una visione larga. Sono più capaci di trasformarsi, e di trasformare. Trasferendo le proprie competenze da un ambito all’altro, e nella relazione con gli altri.

Quindi è giusto che lo studente possa seguire insieme diversi tipi di formazione.

Assolutamente sì. E oggi lo studente può organizzare un piano di studi concordato fra Conservatorio e Università, entro un tetto massimo di crediti per anno.

A questo proposito che sviluppo ha avuto il discorso delle convenzioni con l’Università, e quello dei percorsi congiunti per disegnare nuove professionalità? I profili professionali del Conservatorio restano tutto sommato quelli tradizionali.

Con l’Università direi che ci conosciamo reciprocamente poco. Non è una questione di volontà,  e a livello personale ho avuto e ho ottimi rapporti. Ma le istituzioni sono oberate dalla gestione del quotidiano, e non è facile porsi nuovi orizzonti. Non nego che inizialmente c’era una certa diffidenza nei nostri confronti, siamo considerati “poco scientifici”. E simmetricamente c’era una certa diffidenza da parte del Conservatorio verso un approccio non rigoroso dal punto di vista artistico. Ma non è più così. Già ci scambiamo insegnamenti, in una direzione e nell’altra: è solo una questione di tempo.

Avete convenzioni con l’Università?

Sì. Per lo scambio d’insegnamenti, per esempio le discipline storico-musicologiche sono scambiate in entrambe le direzioni, e altri scambi riguardano le discipline compositive e quelle linguistiche, e le nuove tecnologie. Ci sono studenti universitari che vengono a fare esami da noi, e viceversa. Anche studenti inseriti in curricoli tradizionali, come quelli di strumento, a volte fanno esami all’Università.

In particolare con l’Università stiamo lavorando sui tirocini, per farne il frutto di un lavoro congiunto fra docenti nostri e docenti universitari, che porti a unire le competenze che sono disponibili nell’una e nell’altra istituzione.

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Torniamo un momento al punto di partenza, al discorso del processo di riforma. Perchè non riesce a concludersi? C’è un orientamento nell’attuale governo, e c’è una persona di riferimento per il sistema a livello governativo?

Negli anni scorsi è stato abbastanza lasciato a se stesso, la direzione generale era abbastanza autoreferenziale. L’attuale sottosegretario Galletti è un interlocutore attrezzato, ha capito i nostri problemi e ha fatto una serie di proposte ben mirate. Speriamo non ce lo portino via...

C’è poi il processo di monitoraggio che sta cominciando a fare l’Anvur, ed è un fatto nuovo e interessante. Suscita apprensioni, ma sono solo frutto della paura. Credo invece che il fine sia quello di aiutarci, aiutarci a trovare assetti corrispondenti a sistemi di valutazione (e a valori) un po’ più certi di quanto non siamo abituati ad avere. E’ stata istituita una commissione, dove ci  sono anche dei docenti e direttori di Conservatorio. Ha funzioni di monitoraggio e d’indirizzo, non di valutazione né tantomeno di giudizio ultimativo. I criteri di valutazione vengono applicati perché possano servire a indirizzare al miglioramento e al riassetto dove è necessario.

E’ comunque una fase transitoria, la valutazione vera e propria arriverà dopo. Per ora una scheda di valutazione delle nostre istituzioni  è allo studio. Non guarderà solo alle statistiche e ai dati quantitativi, ma alla qualità del servizio erogato, alla “performance” delle istituzioni intesa come intreccio di progettualità, di qualità delle strutture e così via.

Queste valutazioni avranno a che vedere con il “regolamento che manca”?

Certamente sì. La vicepresidente dell’Anvur ha parlato chiaramente di accorpamento di strutture, che è uno degli oggetti del decreto che manca. Il quale sarà orientato dalle valutazioni dell’Anvur. Galletti ci aveva promesso che sarebbe uscito entro la fine dell’anno, ma i puntini sospensivi sono d’obbligo...

Comunque, dopo tanti anni dall’inizio del processo di riforma, questo ultimo regolamento dovrebbe anche avere il valore di una revisione della riforma stessa, di analisi del suo funzionamento.

Qual è dunque il bilancio?

Di cose che non hanno funzionato ce ne sono molte, ma l’idea di fondo è salda, quella di una educazione più sistematica, che tocchi ambiti di competenza che il vecchio ordinamento non considerava, che sia più ampia. Cito solo, come esempio, quello delle musiche d’insieme che hanno un ruolo e un peso molto più ampio che nel vecchio ordinamento. Basterebbe questo a definire un valore aggiunto assoluto. E così pure quello della partecipazione ai processi formativi da parte di tutto il corpo docente.

Certo poi ci sono le carenze di strutture e di finanziamenti, ma anche le resistenze all’interno dello stesso corpo docente. Resistenze perché non tutti sono disponibili, come è necessario in una trasformazione profonda, a rimettersi in discussione continuamente. C’è chi lo ha fatto e lo fa, e da questo punto di vista credo che Firenze sia un’isola felice. Ma non è sempre così. Sopravvive un vecchio schema, in cui il docente si sente un modello unico e assoluto, fuori discussione, e questo schema non regge più. L’approccio di un docente che abita consapevolmente la riforma è quello della condivisione della docenza, di un confronto continuo ai vari livelli – scuola, consiglio di corso, dipartimento. Dove questo non avviene, lì si registrano le carenze.

E tornando alla distribuzione territoriale del sistema, qual è la soluzione? i Conservatori sono troppi?

La soluzione è nel fare sistema. Riconoscere le competenze dell’uno e dell’altro, e riuscire a spostarle. Esempio pratico: il dipartimento di Nuove tecnologie è uno dei più costosi. Non è necessario che lo abbia ogni Conservatorio. E viceversa un altro Conservatorio potrebbe avere altre potenzialità. In altre parole potremmo diventare tanti poli specialistici differenziati. Naturalmente ci sono difficoltà, anche di ordine sociale: gli spostamenti potrebbero essere gravosi per gli studenti. E naturalmente sarebbe anche difficile, in nome di una razionalizzazione del sistema, chiedere ai docenti di spostarsi. Tuttavia questa parcellizzazione del sistema in istituzioni parallele e simili non ci fa bene. Non possiamo tutti essere centri di eccellenza per tutto. Forse l’Anvur potrebbe, come autorità esterna, “terza”, guidare questo processo.

E sempre in tema di attuazione della riforma, cosa pensi della vexata quaestio della corrispondenza fra i livelli del vecchio ordinamento e quelli del nuovo?

E’ una questione che si va stemperando, era molto sentita all’inizio perché si sentiva il bisogno di un ancoraggio di riferimento nel sistema che era conosciuto. In realtà è in atto oggi una continua ridefinizione dei programmi di studio, e il curricolo sta prendendo caratteristiche diverse da prima. Non posso neanche dire che ci sia un abbassamento del livello (per intenderci: Triennio=ottavo anno, o simili). Varia molto con gli indirizzi, e dipende anche dall’orientamento complessivo dell’istituzione. Ma nell’insieme mi sembra che il Triennio vada diventando una formazione che prepara a una successiva specializzazione.

E la legge che ha equiparato il vecchio titolo al Biennio?

L’equipollenza passata per legge intanto è limitata al 2012, ed è stata funzionale alle esigenze del recupero di studenti in possesso del vecchio diploma, che avevano bisogno di spendere il titolo. Ma la tendenza oggi è un’altra: tutti gli studenti di vecchio ordinamento vanno poi a fare un Biennio. Magari non lo stesso di cui hanno il titolo: per fare un esempio, ci sono diplomati in Pianoforte che vanno al Biennio di Musica da camera, o di Musica vocale da camera, o di Nuove tecnologie. O violinisti che cercano istituzioni dove ci sia la specializzazione orchestrale, o quella d’insieme per archi. Sono sempre di più gli studenti che fanno scelte di questo tipo, anziché continuare con il Biennio corrispondente al loro titolo precedente. Si tratta quindi non di questioni di titolo, ma del bisogno sentito di una specializzazione effettiva. Quest’anno, per parlare di noi, a Firenze le richieste di ammissione ai Bienni sono raddoppiate. E sono diplomati di vecchio ordinamento. Abbiamo temuto un calo, così non è stato. E Firenze non è un caso isolato.

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Finisco con due domande un po’ pepate. La prima: perché quelle rare volte che la stampa parla dei Conservatori, ne parla male.

C’è un pregiudizio, dovuto a molte cause. Perché i docenti di Conservatorio lavorano meno ore degli altri. Perché la preparazione culturale di un docente di Conservatorio era effettivamente inferiore a quella di altri docenti laureati. Perché c’era un rapporto docente-studente diciamo così privatistico, nel senso che il modello didattico assomigliava a quello della lezione privata. Perché per molti anni c’è stato un reclutamento dei docenti abbastanza indiscriminato, con il quale sono entrate delle eccellenze ma anche persone non sufficientemente preparate. Perché c’è stata – ma anche all’Università c’è stata – una proliferazione irragionevole di cattedre anche non necessarie.

Detto questo, le critiche sono venute purtroppo anche da grandi artisti che non si sono riconosciuti in una istituzione in cui loro stessi avrebbero potuto avere grande incidenza, ed essere di grande aiuto. L’hanno rifiutata in nome di eccellenze specialistiche che tutti conosciamo e riconosciamo, senza che per questo il Conservatorio debba essere ritenuto una scuola di serie B. E gli autori di questi giudizi e di queste generalizzazioni sono stati personaggi capaci di grande ascolto da parte dei media.  Solo che come tutte le generalizzazioni non dicono il vero, come non lo dicono quelle sulla medicina pubblica – per fare un altro esempio – dove in Italia ci sono delle grandi eccellenze, insieme con altri ospedali che funzionano male. E lo stesso sarà per altri settori. Dipende: a chi si dà voce, a chi si vuole credere.
Per conto mio invito costantemente chiunque a venire a vedere il Conservatorio: le porte sono aperte.

La tua prima risposta, a caldo, però è stata “perché ce lo siamo meritato”....

Ce lo siamo meritato nel senso che abbiamo permesso senza ribellarci che avvenissero le cose che ho elencato prima. Ci si lamenta, magari, ma si reagisce poco. E non do neppure tutta la responsabilità a Ministero e Direzione generale. Facciamo tutti parte dello stesso sistema, e forse avremmo potuto fermare certi eccessi.

Detto questo, molti squilibri si stanno correggendo. Ci sono molti casi virtuosi di buona distribuzione territoriale, e anche di collaborazioni e consorzi fra istituzioni. Anche in certe zone dove la proliferazione era stata più disordinata, si stanno rendendo conto che devono specializzarsi, affinare le politiche educative, diventare selettivi, estendere l’offerta sul territorio. Se il lavoro è fatto bene, il numero dei Conservatori non è poi così eccessivo. Almeno in linea generale.

E vengo all’ultima. Milano e Firenze hanno ora ciascuna due istituzioni musicali Afam: Conservatorio e Civica lì, Conservatorio e Scuola di Fiesole qui. Come la vedi?

A Milano c’è una tradizione storica di convivenza fra Conservatorio e Civica. A Firenze noi siamo, e non da oggi, perfettamente consapevoli: perciò non credo che ci saranno molti cambiamenti. Non ci contendiamo gli studenti, le istituzioni hanno diverse vocazioni e personalità. D'altronde guardo ai dati oggettivi: se avessimo avuto un calo d’iscrizioni ci saremmo preoccupati, non è avvenuto. Certo l’accreditamento di Fiesole, come gli altri, è avvenuto in assenza del regolamento sul funzionamento delle istituzioni, quello di cui si parlava prima. Ai Conservatori manca una maggiore autonomia sul reclutamento, alle private dovrebbe esser richiesta una maggiore adesione a regole comuni di funzionamento. Penso non solo alle modalità di reclutamento (noi non possiamo sceglierci i docenti), ma anche alle tipologie di applicazione dei piani di studio, alle modalità di selezione degli studenti, al rapporto studenti/docenti sulle discipline caratterizzanti e sulle altre, alla proporzione fra i dipartimenti – una dimensione cui noi siamo molto attenti. Non abbiamo dipartimenti ipertrofici, abbiamo un buon equilibrio fra i dipartimenti che si riflette sull’equilibrio generale. L’ipertrofia di un solo settore potrebbe essere un pericolo (non parlo delle istituzioni monotematiche evidentemente).

Però sarebbe un elemento di specializzazione...

La specializzazione non si fa al Triennio, è solo al Biennio. Vedo invece la possibilità di situazioni di conflitto sulla doppia professione dei docenti: che prima potevano insegnare in entrambe le istituzioni, ma non possono più nel momento in cui entrambe hanno l’accreditamento Afam. La legge non lo permette.

Al di là di questo, io credo che questa convivenza – fra poco probabilmente anche Pescara sarà nel gruppo – possa essere vista come una complementarità. L’osservazione reciproca, la ricerca di punti di collaborazione dov’è possibile mi sembrano incentivi a una sana competitività. Ben venga. E i Conservatori, per quanto svantaggiati sul piano del reclutamento, hanno il vantaggio della dimensione nazionale, di essere un sistema.

E infine facciamo un accenno alla questione della ricerca.

Che non è solo quella musicologica. Sta cominciando a nascere una ricerca sulle pratiche, sulla metodologia dell’insegnamento. E, anche, sul patrimonio: librario, immobiliare, lo abbiamo vissuto finora abbastanza passivamente. A questo proposito, abbiamo costituito un’associazione – RAMI, Ricerca artistica musicale in Italia – con vari altri Conservatori. Ha carattere internazionale perché è fatta in cooperazione con l’Associazione europea dei Conservatori. Vicenza ne è il capofila, ci sono Firenze, Genova, Pesaro, Pescara, e si sta allargando ad altri. Ovviamente siamo a una dimensione di ricerca che coinvolge solo i professori: non esiste ancora il dottorato, si può fare ricerca ma non formazione alla ricerca. E’ un problema di soldi, ed è anche un problema di strumenti giuridici: non ci sono le figure docenti dedicate al tutoraggio dei dottorandi.

Per ora la formazione di più alto livello è quella dei Master, di primo e di secondo livello. A Firenze stiamo facendo i primi passi in direzione delle neuroscienze, con la facoltà di Medicina. Sono piccoli passi, ma io sono per natura ottimista.

Sei ottimista anche sull'Afam in generale?

Anche. Penso che l’indirizzo complessivo sia quello giusto. Certo non tutto va bene, ma avere la consapevolezza di come andare verso un funzionamento migliore, non è poca cosa. Per il resto, ci si lamenta spesso e volentieri, ma non serve a niente.

ottobre 2013

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