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INTERVENTI

 

Del congresso AEC, del confronto europeo
e altro ancora

Una conversazione con Marzo Zuccarini, direttore del Conservatorio di Torino 


di Sergio Lattes

 
**********


Il congresso Aec a Torino. Quale significato.

Intanto, ovviamente, il desiderio di far conoscere meglio il Conservatorio di Torino sia ai colleghi italiani che a quelli che vengono dall’estero. Poi quello di rinsaldare la relazione fra il nostro sistema e quelli degli altri Paesi europei. Il titolo di questo congresso, “Reinventare il successo”, va inteso, credo, in senso molto ampio e investe ovviamente la didattica: ne abbiamo parlato ampiamente nelle riunioni preparatorie del Congresso, e questo ne sarà il cuore. E’ importante che proprio in Italia si crei l’occasione di una riflessione su quale strada ci sia ancora da fare, indipendentemente dal Processo di Bologna, nel confronto fra noi e gli altri, e dove questa strada debba condurre.


Stai anticipando una domanda che volevo farti. Come vedi il nostro sistema Afam nel confronto europeo?

E’ un discorso delicato, e a costo di rendermi poco simpatico l’ho già detto e lo ripeto. Dal punto di vista dei contenuti didattici, sopratutto nei bienni, mi pare che ci siano molte equivalenze, non mi sembra che dobbiamo imparare dagli altri. Trovo invece molte criticità nei trienni. Sono stati pensati per studenti che hanno la maturità, sono fuori dagli impegni scolastici e hanno quindi più tempo a disposizione. Ma per noi non è così: la gran parte dei nostri studenti o fanno ancora il liceo o fanno l’Università – comunque hanno un impegno esterno. Il carico dei crediti dovrebbe essere distribuito in modo diverso, in maniera ineguale fra il primo, il secondo e il terzo anno. Come sostanzialmente avviene in Germania, dove peraltro il percorso si fa in 4 anni e non in 3.

L’altro aspetto problematico nella relazione fra il nostro sistema e gli altri consiste, in particolare per i bienni, nel numero delle istituzioni. In Italia tutti i Conservatori (cioè 78) hanno attivato il biennio: altrove i numeri sono radicalmente diversi. Non voglio fare un discorso mercantilista che non mi appartiene, ma altrove c’è in genere un equilibrio fra offerta formativa e mercato del lavoro, che da noi non esiste. Faccio il solito esempio della Germania: a fronte di 24 Hochschulen ci sono 320 orchestre. C’è crisi anche lì, ma se si chiudono 40 orchestre ne rimangono 280, noi chiudendone altrettante andremmo a meno 12...Poi ci sono le società di concerti e quant’altro, è l’intera struttura musicale che è un’altra.

Nella nostra situazione, la mia esperienza di docente e anche di musicista mi dice che i nostri Conservatori sono chiamati a fare due cose, diverse. Devono prendersi cura degli studenti – e sono la maggioranza - che, pur avendo delle capacità, non faranno il mestiere del musicista. A queste persone devono dare una cultura musicale e strumentale solida, per il loro arricchimento e perché si possa formare un pubblico della musica più numeroso e più consapevole. Poi ci sono gli studenti che possono pensare o sperare di fare questo mestiere: sono una minoranza. Le cose stanno in questi termini, e agli studenti occorre farlo comprendere. Non raccontargli favole, non generare illusioni, non dare voti che non corrispondono alla realtà, dare invece gli strumenti per comprendere il mondo della professione e per valutare le possibilità di affrontarlo effettivamente. Mi sembra un dovere morale.


Considerando che è molto improbabile che si torni indietro nel numero degli istituti o che si crei fra loro una gerarchia, se capisco bene è inevitabile che per molti studenti il Conservatorio non sia una scuola professionalizzante.

Non esattamente. A tutti gli studenti noi dobbiamo dare comunque tutto quello che sono in grado di ricevere. Ma al contempo dobbiamo dare loro chiaramente il messaggio che non tutti saranno in grado di accedere alla professione.


D’altra parte una persona che studia fra i 19 e i 23 anni legittimamente si aspetta di ricevere una formazione che lo porti a un lavoro…

In primo luogo gli si possono dare delle sollecitazioni a studiare anche altro, per esempio a iscriversi all’Università.


Possono fare le due cose?

Certo. Non possono fare contemporaneamente 2 bienni. Possono fare, e molti lo fanno, un triennio del Conservatorio e un biennio dell’Università. Possono fare contemporaneamente due trienni, a condizione di non superare il tetto di 90 crediti, ma facendone per esempio 30 in una istituzione e 60 nell’altra. E per chi deve fare il biennio in entrambe le istituzioni abbiamo creato, come altri Conservatori, dei corsi singoli con crediti, o corsi post-diploma, che consentono si mantenere il contatto con il docente e con il Conservatorio, in attesa di terminare il biennio universitario e di potersi iscrivere al biennio da questa parte.


Torniamo dunque al congresso Aec. Una delle sessioni è dedicata a un bilancio del Processo di Bologna. Ti chiederei un anticipo della tua opinione.

Sono innegabili degli aspetti positivi, per esempio nella mobilità degli studenti. Siamo, credo, ancora abbastanza lontani da una vera omogeneità di contenuti e di percorsi. E ci sono ancora Paesi che collocano lo studente in un ciclo diverso da quello di provenienza (per esempio uno arriva durante il biennio e viene collocato in un triennio). Beninteso le differenze fra contenuti sono anche positive, non penso a una scuola identica dappertutto, a maggior ragione in un campo didattico così particolare, ma delle linee guida meglio definite sarebbero di aiuto agli studenti che si muovono fra un Paese e un altro.


Questa non sarebbe proprio la funzione di Aec?

Sì, e di strada in questa direzione se n’è fatta. Ma un pezzo di questo discorso riguarda la parte politica, e qui ricevere risposte è spesso molto più difficile, e in Italia ne sappiamo qualcosa.


Ancora sul congresso: una sessione è dedicata ai valutatori. Come vedi questo tema, in generale?

Non mi sono mai sottratto agli esami. All’interno del Conservatorio abbiamo il nostro sistema di valutazione, e il nucleo di valutazione attiva un questionario cui gli studenti devono rispondere prima del diploma. Il questionario contiene un ventaglio di domande estremamente ampio su tutti gli aspetti delll’istituto, direttore compreso. E questo mi va benissimo. Quello da cui bisogna guardarsi, a mio parere, è l’errore di dare un peso non dico eccessivo ma un po’ debordante a certe valutazioni di parte studentesca. Che in casi-limite possono diventare quasi strumenti di pressione, non voglio dire di ricatto, sui docenti.


Un ‘68 cinquant’anni dopo?

Sperando di aver imparato qualcosa dal ‘68. Ricordo l’importanza che Gramsci attribuiva alla lezione della storia.


Tornando al nostro mondo, che ne è del “famoso” decreto sul reclutamento.

E’ stato ritirato col cambio di governo. Devo dire che, per quanto ne so – perché il testo definitivo nessuno lo ha mai visto, sono circolate solo bozze - conteneva delle grosse criticità, a cominciare dai concorsi nelle singole sedi: per farli come sembravano articolati avremmo dovuto tutti sospendere l’insegnamento. Le conferenze dei direttori, dei presidenti, degli studenti, i sindacati hanno fatto delle osservazioni e delle controproposte a un primo testo che era stato presentato: e sono state inviate anche alle commissioni parlamentari. Il testo finale, come dicevo, non si è visto – e quindi non lo posso giudicare. Quel che so è che è stato ritirato. E’ una condizione non facile da descrivere ai nostri colleghi stranieri quando ci chiedono del nostro sistema di reclutamento. Il sistema, a tutt’oggi, è quello “di prima”.


Una domanda più “locale”: come vi comportate rispetto alla fascia anteriore a quella accademica.

Premesso che abbiamo attivato al nostro interno il percorso per i giovani talenti, e con un criterio molto selettivo, da quando mi sono insediato come direttore nel 2015 abbiamo attivato moltissime convenzioni con scuole civiche e private, non solo della città ma di tutto il Piemonte. A parte, s’intende, il rapporto che abbiamo con il liceo musicale. Con le scuole abbiamo rapporti stretti, anche con la presenza di nostri docenti e con la presenza dei loro quando i loro studenti vengono a fare da noi gli esami da privatisti, s’intende nella fascia pre-Afam. E ricevono da noi anche dei vantaggi economici. Ma lo scopo principale è di dar loro anche supporto dal punto di vista didattico sopratutto in riferimento ai loro allievi che manifestano attitudini specifiche che possono preludere all’ammissione all’Afam. Il prossimo 18 gennaio 2020 raduniamo in un convegno in Conservatorio tutte queste scuole, più le scuole medie a indirizzo, per parlare appunto del nostro rapporto con le scuole del territorio. Hanno aderito in moltissime. E il 17 maggio il salone del Conservatorio sarà a disposizione di tutte queste scuole per una maratona musicale dei loro allievi.


Quindi avete messo in piedi una rete abbastanza attiva.

Che comincia a dare i suoi frutti anche in altri sensi. Alcune di queste scuole quando hanno bisogno di personale docente cominciano a chiederci di segnalare giovani diplomati. Il che vuol dire che ai nostri studenti procuriamo lavoro.


E a questo punto quante delle vostre matricole vengono dall’interno e quante dalle scuole esterne?

Non so esserti preciso, ma in questo momento circa il 60-65% viene dall’interno, non per tutte le discipline ovviamente. La prospettiva è quella dell’incremento degli ingressi dall’esterno. Anche perché l’accesso al propedeutico avviene oggi a un livello abbastanza elevato, sopratutto per alcune specialità, e quindi è indispensabile creare un percorso sottostante adeguato.

Questa è una questione cruciale per l’intero sistema. Se vogliamo, è la questione centrale della riforma.

Certamente. Il Conservatorio non può tornare a quello che era 30 anni fa. Sarebbe impossibile, anacronistico, e in contraddizione con quanto avviene nel resto d’Europa. Il Conservatorio deve coordinare dall’esterno un sistema di formazione, rispettando l’autonomia delle scuole del territorio. Si deve puntare, come avviene in tanti Paesi, a un curricolo omogeneo fra il Conservatorio e il sistema antecedente, ovviamente per quegli studenti che gradatamente vengono manifestando attitudini specifiche.


Un’ultima domanda, su un argomento del tutto diverso. A Torino avete attivato il diploma Pop/Rock?

No. Non discuto la ragion d’essere di questo settore, ma mi sembra che con l’Afam abbia poco a che vedere. Considerate le grandi differenze fra il campo Pop/Rock e quello classico in termini di contenuti, di repertori, di programmi eccetera, non capisco come un diplomato in Pop/Rock possa aver titolo a insegnare in un liceo musicale o in una scuola a indirizzo.

Però, oltre ai Conservatori che hanno attivato il Pop/Rock, ci sono scuole che fanno solo quello e hanno ottenuto il riconoscimento Afam. E magari il Pop/Rock lo fanno meglio dei Conservatori...

Penso che, pur con un generico riconoscimento ministeriale, questo tipo di discipline dovrebbe rimanere ben distinto dai Conservatori. Non posso fare a meno di pensare che la complessità musicale del Pop/Rock al diploma di biennio, comprendendo tutto il programma che può essere svolto, non pesa quanto il primo esame di prassi esecutiva del triennio di uno strumento come ad esempio il pianoforte. Beninteso non mi riferisco al Jazz, i nostri jazzisti al biennio fanno un lavoro veramente profondo. Parlo solo del Pop/Rock e mi ripeto: il contenuto musicale di un biennio di II livello di questa disciplina equivale a una pagina di una Sonata classica di quelle che si portavano al compimento inferiore di Pianoforte. Ovviamente questa è la mia opinione, so che differisce da quella di molti colleghi.

E’ una opinione interessante. Su questo sito abbiamo aperto un piccolo dossier sull’argomento, interpellando sia rappresentanti del Pop/Rock che dell’ambito classico, e finora non avevamo trovato – né in un campo né nell’altro - obiezioni di principio come le tue. Potrebbe essere l’inizio di un altro discorso.


Novembre 2019


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