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sei in: DIDATTICA>QUADERNI DELLA RIFORMA/STRUMENTISTI/DE CARLI

I quaderni della riforma/Strumentisti


Le risposte di
MARIA ISABELLA DE CARLI
 

Maria Isabella De Carli ha compiuto i suoi studi musicali (pianoforte, clavicembalo, composizione) al Conservatorio di Milano, diplomandosi in pianoforte anche al Mozarteum di Salisburgo. Ha svolto un’intensa attività concertistica sia come solista che in diverse formazioni cameristiche, esibendosi nelle più importanti rassegne musicali in tutta Europa, Stati Uniti, Messico, Argentina, Giappone, Cina, con un repertorio che va dalla musica barocca a quella contemporanea. Ha partecipato a numerose registrazioni discografiche tra le quali quelle dedicate a B. Bettinelli e F. Donatoni per Ricordi e Stradivarius. E’ stata collaboratrice ai corsi dell’Accademia Musicale Chigiana per 22 anni. E’ docente di pianoforte e di metodologia dell’insegnamento strumentale al Conservatorio di Milano.

 

Molti fra i fautori della riforma consideravano necessaria una migliore formazione musicale dello strumentista al di là dello studio dello strumento, più di quanto fosse previsto dall’ordinamento del 1930. I nuovi percorsi comprendono dunque armonia, analisi, storia, e la presenza di Teoria della musica e di Esercitazioni corali anche nel periodo superiore. Qual è la tua opinione in proposito?

Essendo stata tra le fautrici della riforma, e avendo attivamente lavorato per la sperimentazione del triennio al Conservatorio di Milano, non posso che essere favorevole, anche per i motivi sopradetti. La presenza, nuova, rispetto al nostro piano di studi attuale, di Teoria della musica e Esercitazioni corali, non mi trova contraria in linea di principio. E’ però importante che, come per le altre discipline citate nella domanda, si tratti realmente di un approfondimento di capacità e competenze acquisite prima dell’ingresso e accertate all’ammissione. Mi auguro però che non si scateni una competizione tra settori disciplinari per attribuirsi importanza proporzionale al  numero di crediti, come è accaduto nell’Università. Il credito è una convenzione utile per lo scambio internazionale e non un “bollino” di qualità.

Il nuovo assetto didattico prevede che la competenza dell’insegnamento dello strumento si articoli su più discipline. Per esempio: Prassi esecutive e repertori (che è il vero e proprio insegnamento dello strumento), Metodologia dell’insegnamento strumentale, Trattati e metodi, Letteratura dello strumento, Fondamenti di storia e tecnologia dello strumento, Tecniche di lettura estemporanea, Improvvisazione allo strumento.
Tutte queste discipline – o meglio quelle che ogni istituzione sceglierà – sono di competenza dei docenti dello strumento “principale”. Tuttavia è prevedibile che lo studente le studi sotto la guida di diversi docenti dello stesso strumento.
Come vedi questa articolazione su più discipline della competenza strumentale?
E come vedi l’ipotesi che i tuoi studenti studino altri aspetti dello strumento con altri colleghi docenti dello stesso strumento?

L’articolazione su più discipline è conseguente alla necessità di approfondire alcuni aspetti della formazione che, se pur a volte affrontati dal docente di strumento anche nell’ordinamento previgente, acquistano ora uno “statuto” disciplinare. Ciò implica quindi l’ipotesi che vengano insegnati da altri da me. Molti di noi hanno sviluppato nella propria attività artistica, professionale e didattica competenze specifiche, che quindi possono diventare delle nuove professionalità. Posso portare il mio caso personale: fin dalla prima sperimentazione del corso superiore di pianoforte a Milano (ben prima della “508”) mi è stato affidato il corso di didattica del pianoforte. Ho dovuto assumermi una grande responsabilità perché dal mio corso passavano studenti di quasi tutte le classi di pianoforte. Devo dire che sono ormai passati più di 20 anni, il corso ha conosciuto molti cambiamenti, è ora disciplina del triennio, ma non ci sono mai stati problemi con i colleghi di pianoforte, come io non ho avuto problemi per altri corsi tenuti dai colleghi di pianoforte.  

Uno dei motivi di diffidenza di una parte di non pochi docenti di strumento verso il curricolo dell’alta formazione è il timore che lo studio dello strumento possa perdere la centralità che ha nell’ordinamento del 1930.
Condividi questa proccupazione? Se sì, pensi che questo rischio possa essere ridotto dalle singole istituzioni nella fase di definizione del proprio curricolo locale?

A me non pare che la centralità dello strumento significhi soltanto passare ore ed ore a studiarlo, come molti pensano. Quando ero più giovane si diceva la stessa cosa a proposito della frequenza al liceo. Ora tutti hanno accettato che gli studenti frequentino anche una scuola superiore. Certamente il periodo della formazione strumentale richiede impegno e tempo dedicato espressamente a ciò, ma credo che sia passato il tempo del musicista a senso unico. Proprio in questi giorni si sta svolgendo un “vivace” dibattito all’interno del Conservatorio di Milano a proposito del peso in crediti da attribuire alla disciplina che “dà il nome” al corso accademico. Certamente è importante che abbia a disposizione un numero di crediti che permetta allo studente di dedicarle il tempo necessario, senza obbligarlo a frequentare innumerevoli corsi, non sempre realmente necessari alla formazione. E spesso è anche la cattiva organizzazione che, facendo perdere molto tempo agli studenti, provoca poi una reazione di rigetto della riforma. Come docente di pianoforte sono però certa che uno studente che abbia avuto nel suo curricolo la possibilità di allargare la sua formazione di musicista avrà anche meno difficoltà a trovare una propria collocazione professionale e artistica.

La musica da camera assume nel curricolo un ruolo che non vi aveva nell’ordinamento del 1930. Sia come quantità, sia per la regolare verifica con esami.
Come giudichi questa innovazione dal punto di vista del docente di strumento (se questo è il tuo caso) e da quello del docente d’insieme (se questo è il tuo caso)? Potranno generarsi delle “contese territoriali”?

Dal mio punto di vista di docente di pianoforte, anche alla luce della pluriennale esperienza nella sperimentazione, non posso che vederla positivamente. Le “contese territoriali” le ho già viste, tra docenti di strumenti monodici (archi e fiati) e di musica da camera, per i repertori da “duo”, che sono contemporaneamente nei programmi di strumento e di musica da camera, ma di solito si riesce a trovare un modus vivendi. Per il pianoforte la presenza sostanziosa della musica da camera è fondamentale. Il problema è, di nuovo, di tipo organizzativo: a volte è difficile che tutti gli studenti di pianoforte (e non solo) riescano a trovare una formazione cameristica con la quale lavorare regolarmente.

Pensi che le convenzioni fra Conservatori e Licei per dar vita ai nuovi Licei musicali possano comportare un rischio di “secondarizzazione” dei Conservatori, o portare a modificare in qualche modo lo stato giuridico dei docenti?

Dipenderà dalle convenzioni. Se la convenzione riguarderà, come ritengo, la possibilità da parte dei Conservatori, di fare da supporto ai licei musicali per quel che riguarda la certificazione della preparazione per gli studenti che vorranno proseguire gli studi nell’Alta Formazione; se riguarderà la messa a disposizione di strumenti, o partecipazione ad attività d’insieme (per es.orchestra), od altro che difficilmente, soprattutto nella fase iniziale, un liceo con una sola sezione potrà attivare, non vedo quale rischio si potrebbe correre. A Milano (come nei pochi altri Licei musicali sperimentali attivati dai Conservatori ) dovremo fare una convenzione con un Liceo esterno, che possa comunque prevedere una gestione coordinata , ma autonoma, dei nostri docenti del curricolo musicale. Contemporaneamente, poiché a Milano è stato autorizzato un altro Liceo  musicale (dove c’era già una sperimentazione), dovremo fare un’altra convenzione, che sarà diversa, poiché gli insegnanti del curricolo musicale saranno quelli che già c’erano, o, in attesa delle nuove classi di concorso, probabilmente si utilizzeranno i docenti abilitati in questi ultimi anni per le scuole medie.
Mi auguro però che i Licei musicali diventino una realtà (non una testimonianza, come al momento sembra) nella quale trovino opportunità di lavoro i nostri studenti, opportunamente formati (ma al momento non si sa ancora come).

Altro?

Essendo ormai quasi al termine della mia lunga attività di docente mi permetto di aggiungere alcune osservazioni critiche. I quasi 11 anni trascorsi dalla promulgazione della “508” alla messa a ordinamento dei corsi di primo livello avrebbero potuto essere almeno utilizzati da tutti per un grande dibattito nazionale sull’alta formazione (e sulla trasformazione della fascia precedente degli studi musicali). Invece l’amministrazione centrale non ha effettuato una verifica delle sperimentazioni fatta in modo scientifico e non ha saputo (o voluto) trovare il modo di raccogliere ed elaborare proposte. Il convegno che il Conservatorio di Milano organizzò nel 2005 ebbe un grande partecipazione, a testimonianza dell’impegno di molti docenti, ma purtroppo tutto finì in quella sede.

I sindacati, giustamente attenti alla difesa dei diritti dei lavoratori, hanno supplito in parte a queste mancanze, ma ciascuno spesso unilateralmente. Il Cnam che, durante l’infinita proroga della sua prima, provvisoria, istituzione, aveva gradualmente perso autorevolezza, nella attuale composizione ha certamente prodotto risultati, ma resta, a parer mio, ancora poco rappresentativo a causa dei meccanismi elettorali. C’è poi la Conferenza dei Direttori che, pur non essendo un organo previsto dalla “508”, gode, pare, di una grande influenza sulla Direzione Generale. Mi risulta purtroppo che di quanto succede o elabora questo organismo, poco o niente venga comunicato ai docenti. Anche gli studenti, che dovrebbero essere i protagonisti, non sono mai riusciti a darsi una voce comune.

Last but non least i docenti, individualmente, hanno spesso preferito continuare a chiudersi nelle proprie aule, a svolgere le proprie attività professionali e artistiche, come se niente stesse succedendo. Forse anche noi che eravamo tra i promotori della riforma non siamo stati capaci di coinvolgerli e di vincere le resistenze, ascoltandone maggiormente le voci critiche.

(marzo 2010)

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