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DIDATTICA

sei in: DIDATTICA>QUADERNI DELLA RIFORMA/STRUMENTISTI/AMADESSI

I quaderni della riforma/Strumentisti


Le risposte di
AMEDEO AMADESSI
 

Amedeo Amadessi si è diplomato in Pianoforte e in Composizione presso il Conservatorio di Milano. Ha svolto per circa venticinque anni una nutrita attività concertistica come pianista solista e in varie formazioni cameristiche, volta spesso ad illustrare i legami tra musica, arti, cultura, a volte anche con l’ausilio di mezzi audiovisivi.  E’ stato membro della Giuria di alcuni Concorsi pianistici, nonché Presidente delle ultime tre edizioni del Concorso “Città di Tradate”. Dal 1981 al 1994 è stato Presidente della Sezione di Varese della “Gioventù Musicale d’Italia”;  dal 1980 è docente di Lettura della Partitura in Conservatorio e dal 2000 insegna a Milano. 

 

Molti fra i fautori della riforma consideravano necessaria una migliore formazione musicale dello strumentista al di là dello studio dello strumento, più di quanto fosse previsto dall’ordinamento del 1930. I nuovi percorsi comprendono dunque armonia, analisi, storia, e la presenza di Teoria della musica e di Esercitazioni corali anche nel periodo superiore. Qual è la tua opinione in proposito?

Ritengo che sia stata una innovazione molto importante, perché l’esperienza mi ha dimostrato che una maggiore consapevolezza analitica e soprattutto una maggiore documentazione storica, in particolare sui singoli brani, “fa suonare meglio”. Il grande pericolo, tuttavia, è quello di un eccessivo appesantimento del Corso di studi, perseguito per imitare la ricchezza dell’offerta Universitaria. Con il risultato di sacrificare la preparazione strumentale e di non dare allo studente nemmeno il tempo di approfondire adeguatamente le altre materie.  Occorre quindi ridurre il più possibile i nuovi percorsi.

Il nuovo assetto delle discipline prevede che la competenza dell’insegnamento dello strumento si articoli su più discipline. Per esempio: Prassi esecutive e repertori (che è il vero e proprio insegnamento dello strumento), Metodologia dell’insegnamento strumentale, Trattati e metodi, Letteratura dello strumento, Fondamenti di storia e tecnologia dello strumento, Tecniche di lettura estemporanea, Improvvisazione allo strumento.
Tutte queste discipline – o meglio quelle che ogni istituzione sceglierà – sono di competenza dei docenti dello strumento “principale”. Tuttavia è prevedibile che lo studente le studi sotto la guida di diversi docenti dello stesso strumento. Come vedi questa articolazione su più discipline della competenza strumentale?
E come vedi l’ipotesi che i tuoi studenti studino altri aspetti dello strumento con altri colleghi docenti dello stesso strumento?

L’articolazione su più discipline è senz’altro utile. Ci sarà sicuramente un problema di “rivalità” tra socenti e tra scuole, ma lo si ritroverà anche fuori!! Inoltre, laddove i singoli docenti sapranno trattare gli argomenti con tolleranza e discrezione, ciò potrà costituire un utile momento di riflessione e di allargamento di orizzonti dell’allievo.
Anche in questo caso, però, vedo il pericolo di un eccessivo appesantimento; credo che il docente di Prassi esecutiva parlerà inevitabilmente spesso di Letteratura e di Trattati: toglierei pertanto queste due materie. Tecniche di lettura estemporanea è invece fondamentale: la abbinerei a Lettura della Partitura, che potrebbe esserne un utile complemento.

Uno dei motivi di diffidenza di una parte di non pochi docenti di strumento verso il curricolo dell’alta formazione è il timore che lo studio dello strumento possa perdere la centralità che ha nell’ordinamento del 1930.
Condividi questa preoccupazione? Se sì, pensi che questo rischio possa essere ridotto dalle singole istituzioni nella fase di definizione del proprio curricolo locale?

Questo problema esiste sicuramente, ed è principalmente legato all’eccessivo carico di studi di cui ho parlato: nei concerti verrà giudicato il pianista, non gli verranno chieste notizie sul pezzo! Il che significa che bisogna far di tutto per non pregiudicare l’aspetto strumentale. Tecnicamente, credo che in sede locale questo rischio possa essere ridotto, a patto che ce ne sia la consapevolezza e l’effettiva volontà.

La musica da camera assume nel curricolo un ruolo che non vi aveva nell’ordinamento del 1930. Sia come quantità, sia per la regolare verifica con esami.
Come giudichi questa innovazione dal punto di vista del docente di strumento (se questo è il tuo caso) e da quello del docente d’insieme (se questo è il tuo caso)? Potranno generarsi delle “contese territoriali”?

La musica da camera è fondamentale: ben vengano quindi i relativi esami. Non capisco cosa si intenda esattamente per “competenze territoriali”, ma credo che possano essere facilmente superabili.

Pensi che le convenzioni fra Conservatori e Licei per dar vita ai nuovi Licei musicali possano comportare un rischio di “secondarizzazione” dei Conservatori, o portare a modificare in qualche modo lo stato giuridico dei docenti?

Ecco un problema veramente cruciale. C’è il pericolo dell’abbassamento dello stato giuridico dei docenti, ma c’è soprattutto quello di un ulteriore, drammatico abbassamento del livello di preparazione precedente all’entrata in Conservatorio.  L’esperienza della Scuola Media è lì a dimostrarlo. In questo caso, però, i danni sarebbero ancor più gravi:  in mancanza di un controllo diretto e vincolante da parte del Conservatorio, le materie musicali potrebbero venir relegate in secondo piano e ad un livello dilettantistico. L’ideale sarebbe quello di riproporre, almeno in prima istanza, il modello dei Licei Musicali annessi ai Conservatori, riservati quindi solo agli iscritti a questi ultimi;  ma non so quanto questa proposta sia praticabile.

Per contro, vedo  emergere silenziosamente una tendenza, da parte dei Conservatori, volta, da un lato, a mantenere in vita il vecchio ordinamento, dall’altro, ad ammettere a trienni e bienni degli studenti che non abbiano conseguito titoli di studio, attraverso esami di ammissione  non sempre rigorosi e con ampio ricorso ai debiti formativi (facilmente superabili). E’ una logica “autarchica” e di sopravvivenza che non mi sento di condannare.  Certo è che, obiettivamente, costituisce un abbassamento del livello degli studi musicali: l’esatto contrario di ciò che la riforma si ripromette di ottenere.

Altro?

Vorrei suggerire due aspetti che mi sembra siano stati un po’ trascurati finora. Il primo è che ritengo fondamentale che il Conservatorio si impegni a fondo nell’inserimento guidato dei giovani diplomati nel mondo del lavoro: ne ha sicuramente le potenzialità, ma sembra più preoccupato, con i saggi, con l’orchestra ecc., a pubblicizzare se stesso.
Il secondo è l’istituzione di un corso che illustri gli aspetti concreti della vita lavorativa dello strumentista; che non si limiti però a parlare di SIAE e di contratti, ma che verta soprattutto su come muoversi nei confronti delle società di concerti, orchestre, enti pubblici ecc., senza sottacere le notevoli difficoltà e le insidie che si nascondono sotto la superficie di questo mondo all’apparenza dorato.

(febbraio 2010)

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