HOME PAGE
 
 CHI E PERCHE'
 
 INTERVENTI
 
 DOCUMENTI
         - noi e l'Europa
         - dall'Italia
         - dalla stampa
         - oltre la musica
            (documenti e articoli
             d'interesse generale)
         - appuntamenti
 
 DIDATTICA
 
 RISORSE
 
 ARCHIVIO
 
 MAPPA
 
ASSOCIAZIONE PER L'ABOLIZIONE DEL SOLFEGGIO PARLATO

DIDATTICA

sei in: DIDATTICA>QUADERNI DELLA RIFORMA/STORICI/SCHILIRO'

I quaderni della riforma/Storici


Le risposte di
ANTONIO SCHILIRO'
 

Nato nel 1951, Antonio Schilirò si è laureato in lettere classiche nel 1974 discutendo una tesi su Stravinskij e il Neoclassicismo. Parallelamente ha compiuto gli studi musicali conseguendo il Diploma di pianoforte nel 1973. Ha studiato musicologia come visiting student presso il Musikwissenschaftliches Seminar dell’Università di Freiburg im Breisgau sotto la guida di H.H. Eggebrecht e Composizione privatamente con G. Contilli.
Nel biennio 1975-77 è stato bibliotecario al Conservatorio “N. Paganini” di Genova. Dal 1977 al 1980 docente di Storia ed Estetica musicale al Conservatorio “N. Paganini” di Genova. Dal 1980 è Docente di Storia ed Estetica musicale al Conservatorio “G. Verdi” di Milano dove dal 1991 tiene il corso per gli studenti di Composizione sperimentale sulla musica del XIX e XX secolo.
Dal 1985 ha collaborato con la direttrice della biblioteca del Conservatorio di Milano, Agostina Laterza, e successivamente con Licia Sirch, attuale direttrice, alla redazione del piano acquisti della Biblioteca stessa con particolare riguardo alle pubblicazioni musicologiche straniere.
Ha curato diverse voci per il Dizionario Enciclopedico Universale della Musica e dei Musicisti (DEUMM). Ha redatto programmi di sala per diverse istituzioni (CARME, RAI, Orchestra Verdi, GOG, Filarmonica Laudamo), recensioni di libri e dischi (MRMI, RIdM, RIMS), ha partecipato come relatore a convegni sulla musica dell’Ottocento e del primo Novecento, collabora con la Rivista Amadeus (Guida all’Ascolto).
Nel 2009 ha pubblicato il volume sulla “L’opera italiana dell’Ottocento e le sue forme (da Rossini a Verdi).                           


Sergio Lattes - C’è una polemica ricorrente a proposito della prevalenza, nella cultura accademica italiana, della dimensione storica su ogni altra, in ogni ambito disciplinare. Ovvero, estremizzando, della tendenza a ridurre ogni disciplina alla sua propria storia. Anche nel nostro settore, per fare un esempio, il termine “musicologia” ha stentato a farsi accettare in Italia, incontrando diffidenza nella cultura d’ispirazione storicistica. E a tutt’oggi la musicologia italiana è spesso considerata come quasi esclusivamente “storica”. Pensi che questa peculiarità esista, e che sia effettivamente un limite?

Antonio Schilirò - Non credo che oggi la cultura “storicista” sia ancora dominante anche se non dispongo di un quadro completo del mondo accademico italiano.  L’attenzione ad esempio agli aspetti analitici è diventato un aspetto irrinunciabile dello studio delle opere di un compositore o di un repertorio.
Se mai c’è da notare come negli ultimi 30 anni ci sia poca attenzione alla grande musica (un esempio per tutti: l’opera italiana dell’Ottocento, riserva di caccia quasi esclusivo della musicologia anglosassone) e un’eccessiva attenzione, con una valanga di pubblicazioni, a tanti “fenomeni” locali, pubblicazioni naturalmente che nessuno legge.

SL Quali sono a tuo avviso i problemi specifici che il processo di riforma pone a Storia della musica intesa come disciplina? 

AS Nel vecchio ordinamento, con l’unica eccezione del corso superiore di composizione, Storia della musica era un corso istituzionale estremamente compresso (2 anni per la storia della musica occidentale rispetto a 3 anni nei licei per un corso di Storia della letteratura italiana) e quindi necessariamente nozionistico e superficiale. A questo, a Milano si è “rimediato” portando a 3 gli anni di corso, svincolati dalla rigidità di un programma ministeriale, e  con l’istituzione del liceo musicale dove gli anni di corso sono 5.

SL Il ruolo e il peso che l’ordinamento del 1930 attribuisce alla storia della musica oggi ci sembrano insufficienti e inadeguati nella formulazione dei contenuti. Tuttavia furono a quel tempo il frutto di una “battaglia culturale” vinta. Infatti l’esame, con le sue famose tesi, fu stabilito come un catenaccio senza il quale non si potesse arrivare al compimento degli studi di qualunque strumento.
Per ottenere questo, si dovettero superare le forti resistenze di chi opponeva l’argomento che non si potesse negare il compimento degli studi musicali a uno strumentista di grande talento ma di scarsa alfabetizzazione. Come dire: se è bravo, non importa che non sappia la storia della musica.
Esiste anche oggi questo modo di pensare? E con quali argomenti si può affrontarlo?

AS Spero proprio di no. C’è comunque chi a distanza di 80 anni combatte ancora battaglie di retroguardia.

SL Ritieni che l’attuale corso ordinamentale di storia della musica debba svolgersi, in tutto o in parte, nel triennio (e quindi in tutto o nella stessa parte essere “abbonato” a chi abbia già conseguito la licenza prima di entrare nel triennio), oppure pensi che gli studi di storia della musica, nel triennio, debbano essere “altri”, e quindi che l’attuale corso debba costituire un debito per lo studente privo di licenza (salvo che dimostri una competenza equivalente in sede di esame di ammissione)?
E in questo secondo caso, pensi che la storia della musica nel triennio debba essere più approfonditamente sistematica, oppure monografica, oppure invece riguardare altri campi disciplinari dello stesso settore, come per esempio “storia delle forme e dei repertori musicali”?

AS Per i corsi superiori del nuovo ordinamento (triennio e biennio), se il nostro allievo “ideale” è quello che ha una preparazione equivalente a quella di uno studente di un liceo musicale, è chiaro che i corsi di storia della musica, saranno dei corsi di approfondimento, che potranno vertere su un repertorio, su una forma, su un singolo autore, fino  a veri e propri corsi monografici nel biennio.  Si dovrà a mio avviso privilegiare l’attenzione al “prodotto” musicale e cioè all’analisi della partitura, come studio dei processi compositivi e come punto di partenza  per l’interpretazione.

SL Fra le molte lacune che la nostra formazione musicale registra rispetto a quelle dei paesi di più forte tradizione musicale, si nota la mancanza di una educazione all’ascolto che metta lo studente, gradatamente, in una condizione di familiarità con i linguaggi/stili musicali del passato, e in condizione di riconoscerne all’ascolto i tratti caratteristici e distintivi. Si tratta di un approccio molto diffuso all’estero, e progressivamente coltivato fino a livelli sofisticati.
Pensi che Storia della musica, intesa come disciplina d’insegnamento, possa o debba farsi carico di un tale approccio, integrando sostanzialmente il tradizionale approccio verbale/scritto? E saresti d’accordo su un’applicazione sistematica di questo tipo di didattica, per livelli progressivi di abilità?

AS Indirettamente sì. Nella mia esperienza di docente, soprattutto con gli studenti del corso di Composizione sperimentale, l’analisi delle partiture ha portato gli studenti ad un ascolto più consapevole (“strutturale”, direbbe Adorno) dell’opera oggetto di studio.

SL Chi deve insegnare le “storie” più vicine allo strumento? Dai decreti 90/09 (settori disciplinari) e 124/09 (ordinamento dei corsi, e corrispondenze fra settori disciplinari e classi di concorso) si ricavano conseguenze talvolta contraddittorie, o di non facile interpretazione. Per esempio: “Storia della musica elettroacustica” (CODM/05) è attribuito ai titolari di Musica elettronica, e non di Storia. “Storia del jazz, delle musiche improvvisate e audiotattili” (CODM/06) è attribuito ai titolari di Jazz e non di Storia. Del settore “Storia della musica” (CODM/04) – attribuito ai docenti di Storia della musica – fanno parte alcune discipline collegate agli strumenti, come “Storia delle forme e dei repertori musicali”, “Storia della teoria e della trattatistica musicale”. Ma allo stesso tempo di tutti i settori degli strumenti (CODI/01-22) – attribuiti ai docenti di strumento – fanno parte, rispettivamente, “Letteratura dello strumento” e “Trattati e metodi”, e inoltre “Fondamenti di storia e tecnologia dello strumento”.

AS Sono d’accordo ad attribuire il settore CODM/04 ai docenti di Storia della musica. Per il resto non sono in grado di esprimere un’opinione. Vorrei solo osservare che nessuno di noi è un tuttologo e quindi credo che molti docenti di storia della musica non siano degli esperti di “storia della musica elettroacustica” o di “storia del jazz”.

(febbraio 2010)

contatti: team@aasp.it