HOME PAGE
 
 CHI E PERCHE'
 
 INTERVENTI
 
 DOCUMENTI
         - noi e l'Europa
         - dall'Italia
         - dalla stampa
         - oltre la musica
            (documenti e articoli
             d'interesse generale)
         - appuntamenti
 
 DIDATTICA
 
 RISORSE
 
 ARCHIVIO
 
 MAPPA
 
ASSOCIAZIONE PER L'ABOLIZIONE DEL SOLFEGGIO PARLATO

DIDATTICA

sei in: DIDATTICA>QUADERNI DELLA RIFORMA/STORICI/BALESTRA

I quaderni della riforma/Storici


Le risposte di
PATRIZIA BALESTRA
 

Patrizia Balestra è nata a Roma nel 1959. Diplomata in pianoforte nel 1982 e laureata al DAMS di Bologna nel 1983, si è occupata di vari settori musicologici: ricerche storiografiche, problemi di estetica musicale, etnomusicologia, collaborando e pubblicando su varie riviste del settore e alcune case editrici fra cui ADDA, LIM, Squilibri (in corso di pubblicazione).Dal 1984 è titolare della cattedra di Storia della musica ed estetica musicale presso il Conservatorio di musica di Foggia dove ha svolto anche numerosi altri corsi inerenti la materia di insegnamento. Da alcuni anni si occupa anche di ricerca etnomusicologica, in collaborazione con la Facoltà di Lettere di Foggia.

Sergio Lattes - C’è una polemica ricorrente a proposito della prevalenza, nella cultura accademica italiana, della dimensione storica su ogni altra, in ogni ambito disciplinare. Ovvero, estremizzando, della tendenza a ridurre ogni disciplina alla sua propria storia. Anche nel nostro settore, per fare un esempio, il termine “musicologia” ha stentato a farsi accettare in Italia, incontrando diffidenza nella cultura d’ispirazione storicistica. E a tutt’oggi la musicologia italiana è spesso considerata come quasi esclusivamente “storica”. Pensi che questa peculiarità esista, e che sia effettivamente un limite?

Patrizia Balestra - Penso che sicuramente questa era la mentalità sino ad un ventennio fa ma che oggi gli studi musicologici italiani, pur mantenendosi essenzialmente sulla linea storicistica, percorrano senz’altro anche altre strade.

SL Il ruolo e il peso che l’ordinamento del 1930 attribuisce alla storia della musica oggi ci sembrano insufficienti e inadeguati nella formulazione dei contenuti. Tuttavia furono a quel tempo il frutto di una “battaglia culturale”. Infatti l’esame, con le sue famose tesi, fu stabilito come un catenaccio senza il quale non si potesse arrivare al compimento degli studi di qualunque strumento.
Per ottenere questo, si dovettero superare le forti resistenze di chi opponeva l’argomento che non si potesse negare il compimento degli studi musicali a uno strumentista di grande talento ma di scarsa alfabetizzazione. Come dire: se è bravo, non importa che non sappia la storia della musica.
Esiste anche oggi questo modo di pensare? E con quali argomenti si può affrontarlo?

PB Esiste, ma ritengo che sia irrilevante perché riferito a soli eccezionali casi inerenti studenti con talenti musicali precoci che comunque dovranno completare a debita età la formazione culturale e musicale.

SL Ritieni che l’attuale corso ordinamentale di storia della musica debba svolgersi, in tutto o in parte, nel triennio (e quindi in tutto o nella stessa parte essere “abbonato” a chi abbia già conseguito la licenza prima di entrare nel triennio), oppure pensi che gli studi di storia della musica, nel triennio, debbano essere “altri”, e quindi che l’attuale corso debba costituire un debito per lo studente privo di licenza (salvo che dimostri una competenza equivalente in sede di esame di ammissione)?

PB Ritengo che il corso generale di storia della musica debba svolgersi nei primi due anni del triennio per poi continuare il terzo anno con una parte monografica.

SL Pensi che la storia della musica nel triennio debba essere più approfonditamente sistematica, oppure monografica, oppure invece riguardare altri campi disciplinari dello stesso settore, come per esempio “storia delle forme e dei repertori musicali”?

PB Penso che altri campi disciplinari debbano affiancarsi alla storia della musica nel triennio e non sostituirla.

SL Fra le molte lacune che la nostra formazione musicale registra rispetto a quelle dei paesi di più forte tradizione musicale, si nota la mancanza di una educazione all’ascolto che metta lo studente, gradatamente, in una condizione di familiarità con i linguaggi/stili musicali del passato, e in condizione di riconoscerne all’ascolto i tratti caratteristici e distintivi. Si tratta di un approccio molto diffuso all’estero, e progressivamente coltivato fino a livelli sofisticati.
Pensi che Storia della musica, intesa come disciplina d’insegnamento, possa o debba farsi carico di un tale approccio, integrando sostanzialmente il tradizionale approccio verbale/scritto? E saresti d’accordo su un’applicazione sistematica di questo tipo di didattica, per livelli progressivi di abilità?

PB Sì, ritengo che l’ascolto con analisi stilistica dei brani debba essere parte integrante dell’insegnamento della storia della musica e che contribuisca in maniera determinante alla formazione di uno strumentista interprete.

SL Chi deve insegnare le “storie” più vicine allo strumento? Dai decreti 90/09 (settori disciplinari) e 124/09 (ordinamento dei corsi, e corrispondenze fra settori disciplinari e classi di concorso) si ricavano conseguenze talvolta contraddittorie, o di non facile interpretazione.

PB Ritengo che la letteratura specifica dello strumento sia competenza dei docenti di strumento mentre i docenti di storia potranno svolgere la storia delle forme e dei repertori musicali e la storia della teoria e della trattatistica musicale, discipline più attinenti all’attuale insegnamento di storia ed estetica musicale.

(febbraio 2010)

contatti: team@aasp.it